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I minori on line in Italia sono meno esposti e i meno colpiti dai rischi di Internet eppure si sentono più in pericolo rispetto ai coetanei europei: è uno degli elementi che emergono dai primi dati di Eu Kids Online II, la ricerca europea sull'esperienza dei rischi on line e le strategie che bambini, adolescenti e genitori adottano per proteggersi

finanziata dal Safer Internet Programme della Commissione europea.

Il gruppo di ricerca - coordinato da Sonia Livingstone della London School of Economics e composto da un gruppo di esperti, un comitato consultivo internazionale, e gruppi di ricerca di varie discipline distribuiti in 25 paesi europei - si è posto un obiettivo ambizioso. Lo racconta la referente italiana per Eu Kids Online Giovanna Mascheroni, ricercatrice dell'Osservatorio sulla comunicazione all'Università cattolica di Milano: «È la prima volta che viene effettuata una campionatura così vasta su base europea – spiega – Non solo, è la prima volta che una ricerca così ampia coinvolge anche bambini piccoli». Col metodo del «campionamento casuale stratificato tra primavera e estate 2010 sono stati intervistati 23.420 ragazzi di età compresa tra i 9 e i 16 anni, fruitori di internet, e altrettanti genitori, uno per ragazzo: un fattore molto importante per capire come sia differente la percezione del rischio tra ragazzo e genitore», spiega Mascheroni. La ricerca ha coinvolto 25 paesi europei, ma «questa prima restituzione dei dati raccolti, che verranno poi analizzati, elaborati e presentati a settembre per chiudere questa fase del progetto, riguarda solo 23 paesi». In particolare, ci si concentrerà su «un'analisi più approfondita per trovare pattern di rischio crossnazionali e identificare, se esistono, eventuali tipologie di ragazzi più "a rischio"».

L’indagine, come si legge nella presentazione in italiano, «ha esplorato la fenomenologia dei rischi online concentrandosi sulla pornografia, sul bullismo, sulla ricezione di messaggi a sfondo sessuale, sugli incontri sia virtuali che faccia a faccia con persone conosciute online, sulla diffusione e la fruizione di UGC (User Generated Content) potenzialmente dannosi e sull’uso improprio di dati personali». Questo, aggiunge Giovanna Mascheroni, «è uno studio pensato soprattutto per affiancare e migliorare le politiche di promozione della sicurezza online».

Uno dei dati principali che emergono da questa prima restituzione dei risultati è lo scarto significativo tra la possibilità di venire a contatto con contenuti o contesti potenzialmente pericolosi e la percentuali di minori che hanno riportato danni psicologici: 39% contro 12%. «Questo indica che bambini e ragazzi sanno affrontare i rischi e che anzi, le esperienze rischiose sono parte del processo di apprendimento – osserva Mascheroni – I più vulnerabili sono, come è lecito aspettarsi, i bambini più piccoli, quelli che hanno meno competenze di navigazione».
Per quanto riguarda l'Italia, a causa anche di una minore penetrazione di Internet nel tessuto sociale, bambini e ragazzi sono percentualmente meno esposti ai rischi rispetto ai coetanei europei. Più bassa anche l'incidenza del rischio: solo il 6% dei minori interpellati ha affermato di aver vissuto esperienze negative on line o di essere rimasto infastidito o turbato, contro percentuali come 26% dei danesi, 25% degli estoni, 21% di rumeni e svedesi. Tuttavia, sottolinea la ricercatrice della Cattolica, «i minori italiani sono quelli che si sentono meno sicuri, forse anche perché, rispetto alla media europea, è più alta la percentuale di bambini e ragazzi che navigano da soli: il 59% in Italia contro il 48% europeo». «I nostri ragazzi – spiega Mascheroni – hanno una minore alfabetizzazione rispetto ai coetanei degli altri paesi: sarebbe necessaria una maggiore opera di sensibilizzazione per la sicurezza on line e politiche rivolte ai contesti familiare e scolastico».

L'ambito familiare è uno di quelli dove forse occorre uno sforzo educativo: «Spesso che i genitori non sono consapevoli dei rischi sperimentati dai propri bambini – spiega Giovanna Mascheroni – Solo per fare un esempio, in Italia il 58% dei genitori i cui figli dichiarano di aver visto immagini a sfondo sessuale, esclude che i propri ragazzi abbiano mai vissuto qualcosa del genere: in Europa la media è del 41%». Tuttavia, nel caso dei ragazzi destinatari di messaggi sessuali, solo il 32% dei genitori italiani (contro il 52% europeo) esclude che la navigazione online dei propri figli sia stata disturbata da esperienze di questo tipo: «l’abitudine alla condivisione dell’esperienza appare più diffusa in Italia che nel resto d’Europa».

La necessità di una più capillare educazione all'uso consapevole dei media emerge anche da altri elementi. Per esempio, dice la responsabile del gruppo di lavoro italiano, «le situazioni di rischio più dannose, quelle che poi diventano esperienze negative, sono quelle percentualmente meno diffuse: incontrare nella realtà sconosciuti contattati on line e il cyberbullismo hanno frequenze molto basse ma sono quelle a maggior impatto sui minori, tanto che i due terzi di chi ha vissuto  queste esperienze è rimasto turbato».

La versione completa del report sarà diffusa a novembre 2010 e includerà i dati di tutti i 25 paesi
coinvolti. Ai numeri si aggiungeranno elaborazioni relative alla mediazione parentale e indicazioni di politiche virtuose rivolte alle istituzioni che lavorano per promuovere la sicurezza online. (mf)