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di Angelo Loy e Giulio Cederna

Che i problemi della scuola italiana siano molti lo dicono i tanti che, forti di statistiche e sondaggi, gridano, spesso con ragione, all’allarme. Che oltre ai problemi esistano anche piccole ma significative realtà capaci di trasformare situazioni potenzialmente a rischio in risorse che potrebbero assurgere allo status di esempi, l’unica voce a farsi carico di segnalarcelo è forse quella del cinema.

Il caso di Una scuola italiana, il documentario di Angelo Loy e Giulio Cederna, non potrebbe essere più emblematico. L’ambientazione è il quartiere popolare di Torpignattara a Roma, in particolare la scuola elementare e per l’infanzia Carlo Pisacane, al centro di molte polemiche negli ultimi due anni a causa dell’altissima presenza di bambini figli di genitori stranieri con percentuali vicine all’ottanta per cento sul totale degli alunni. Cifre in aperto contrasto con le normative del Ministero della pubblica istruzione che fissano a un massimo del trenta per cento la presenza di alunni stranieri in ogni classe, salvo ammettere la possibilità di chiedere delle deroghe per casi specifici.

In realtà la Carlo Pisacane è, a dispetto dei pregiudizi, una scuola come tante altre, forse persino migliore delle altre: stando a quanto mostrato nel documentario l’unico elemento capace di turbare il corso sereno delle attività svolte dalle maestre sono i tentativi di intrusione delle troupe televisive richiamate dalle manifestazioni di protesta di alcuni genitori italiani scesi in piazza a difesa della propria identità culturale, messa a rischio dalla presenza preponderante di alunni stranieri.

Come detto in apertura, da un lato i numeri, ovvero i sondaggi, le statistiche, le percentuali, dall’altro gli individui, le persone, ognuna portatrice di una storia che vale la pena di conoscere e che Una scuola italiana tenta di raccontare alternando le testimonianze dei protagonisti grandi e piccoli a un filo rosso narrativo costituito da un laboratorio di intercultura ispirato alla celebre fiaba Il mago di Oz, messo a punto all’interno della scuola per l’infanzia da Cecilia Bartoli, giovane educatrice membro di Asinitas, una onlus molto attiva a favore degli stranieri proprio nel quartiere di Torpignattara.

È proprio seguendo il percorso sviluppato attraverso il laboratorio (e lasciando significativamente fuori campo le polemiche sulla preponderanza di alunni stranieri nella scuola) il documentario ci permette di entrare in contatto con la realtà educativa della Pisacane, animata da figure di insegnanti dotate di grande capacità di ascolto, portatrici di una non comune cultura dell’accoglienza e del rispetto, popolata da bambini di ogni nazionalità che hanno già maturato un discreto bagaglio di esperienze, avendo viaggiato da un continente all’altro per seguire le proprie famiglie.

La scuola diventa, in questo modo, un luogo di scambio e di condivisione delle esperienze e la didattica poco più di un’intelaiatura flessibile sulla quale le storie personali di alunni e genitori possono trovare uno spazio di incontro: ciò che interessa è cercare un minimo comune multiplo alle situazioni e alle vicende più diverse che hanno caratterizzato le vite dei protagonisti. Forse questo minimo comune multiplo è così difficile da rintracciare agli occhi di chi si è schierato contro la presenza degli “stranieri” perché è sotto gli occhi di tutti, talmente evidente che gli autori del documentario l’hanno messo addirittura nel titolo, a mo’ di provocazione: Una scuola italiana si chiama così non solo in virtù del desiderio di proclamare che, malgrado tutto, la Pisacane è una scuola italiana (che deve dunque farsi carico dell’educazione dei bambini residenti in Italia) ma anche perché comunque essa è frequentata da una maggioranza schiacciante di bambini che, figli di stranieri oppure no, sono nati in Italia, dunque destinati ad acquisire la cittadinanza italiana nel giro di qualche anno.

Numeri e immagini, statistiche e vicende particolari non sono, tuttavia, elementi che entrano necessariamente in conflitto, a patto che gli uni e le altre convivano fianco a fianco: i primi (i numeri) per avere un quadro d’insieme capace di dare una comprensione panoramica dei fenomeni, le seconde (le immagini) per potersi avvicinare quanto più possibile ai fenomeni stessi e capirne le sfumature, i particolari che, ovviamente, sfuggono alla contabilità statistica.

Ecco, dunque, la necessità di un cinema di prossimità più volte evocato negli ultimi tempi attraverso le recensioni di alcuni documentari italiani analizzati in queste pagine web: da Sotto il Celio azzurro di Edoardo Winspeare a Fratelli d’Italia di Claudio Giovannesi, fino a Miss Little China di Vincenzo De Cecco e Riccardo Cremona, probabilmente non è un caso che sia proprio il tema dell’intercultura, intrecciato a quello della scolarizzazione ad essere stato al centro dei più riusciti esempi di documentario in Italia.

Non è neanche un caso che, solo alcuni giorni fa, si sia chiusa a Torino la rassegna I ciucci in tasca – Primi passi alla scoperta del mondo, promossa e organizzata dal Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza all’interno del Sottodiciotto Film Festival, che ha visto confrontarsi le voci di alcuni tra i principali esperti di educazione e assistenza per la prima infanzia e le immagini di documentari che testimoniano come i temi dell’accoglienza e dell’intercultura siano importanti soprattutto a partire dalla prescolarità. Agli organizzatori della rassegna sarebbe piaciuto inserire nella programmazione anche Una scuola italiana se il film non fosse stato selezionato nella sezione Italiana Doc del Torino Film Festival dove ha vinto il premio “Avanti!”.

Fabrizio Colamartino

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