Diario di Anna Frank

Diario di Anna Frank

di George Stevens

(USA, 1959)

Sinossi

Amsterdam. 1945. All’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’ebreo Otto Frank, di ritorno dai campi di concentramento, unico sopravvissuto della sua famiglia, ritorna nel rifugio dove per due anni si è nascosto, insieme ai suoi cari e ad altri ebrei, nel vano tentativo di sfuggire ai tedeschi. Qui gli viene consegnato il diario della figlia Anna che aveva affidato a quei fogli la cronaca di quelle lunghe giornate e soprattutto aveva riposto i suoi pensieri più reconditi e privati. Dalla lettura del diario (e dalla sua trasposizione in immagini, attraverso un flash back), viene fuori la figura di una ragazzina che oltre a dover affrontare i più comuni problemi adolescenziali (i primi amori, il conflitto con la madre, l’amore e l’affetto per il padre, l’insicurezza per il proprio aspetto fisico) deve far fronte anche alla prigionia, alla discriminazione razziale, alla paura della morte. Il diario si conclude all’improvviso come è improvvisa la cattura di tutta la famiglia Franz da parte dei tedeschi.

Presentazione critica

Quasi tre ore di film girate tutte all’interno della casa/prigione dove si sono riparati i Frank forse non rendono abbastanza l’idea del soffocamento, dell’occlusione, della claustrofobia, della paura che doveva provare la famiglia di Anna, giorno dopo giorno, per due anni, in quella condizione. Sentimenti ai quali si aggiungevano la noia (i Frank non potevano fare rumore durante il giorno perché erano nascosti sopra una fabbrica dove lavoravano molte persone e quindi la probabilità di essere scoperti era molto alta), la frustrazione per una situazione che non cambiava mai ma che era perennemente precaria, la fatica di una convivenza forzata.

Il film di George Stevens, infatti, non gioca volutamente sulla ripetitività del quotidiano per rappresentare questi stati d’animo – come avviene nel vero diario di Anna Frank – ma al contrario, in perfetto stile hollywoodiano, giostra elegantemente tra scene di forte tensione emotiva e sequenze comiche o perlomeno più distensive (si pensi alla presenza ‘farsesca’ del dottore), per mantenere vivo l’interesse del pubblico. Tuttavia è nella durata del racconto – il film nella versione originale dura tre ore, ovvero il doppio rispetto ai novanta minuti standard dei film americani, mentre in quella italiana il metraggio non raggiunge i 160 minuti – che il regista de Il gigante prova a introdurre quel senso di disagio, inevitabile per poter comprendere appieno la vicenda nei suoi risvolti assurdi e contemporaneamente nel suo incredibile realismo. Grazie alla prolissità della storia, poco per volta, le vicende interne alla piccola comunità di ebrei prendono il sopravvento rispetto al contesto esterno, diventando ben più importanti.

Soffermandosi maggiormente sull’amore provato da Anna per Peter (un ragazzo di qualche anno più grande di lei) o sulle difficoltà della convivenza, dove anche la divisione del mangiare può provocare furiosi litigi, o ancora sulla difficoltà della madre di Anna a rapportarsi con la figlia, il regista procede ad un lento annullamento della realtà che si trova fuori le ‘mura’ del rifugio, dando l’illusoria sensazione che esse siano invalicabili e protette. Così facendo, il risveglio, inevitabile, si fa ancora più duro, sia per i personaggi che per gli spettatori: quando il sogno d’amore tra Anna e Peter finalmente si avvera, grazie al bacio scambiato con trasporto nella soffitta della casa, i tedeschi passano per l’ennesimo rastrellamento, questa volta quello decisivo, come fosse una punizione in contrappasso per la felicità appena conquistata dalla giovanissima Anna. Il bacio che per l’adolescente rappresenta il passaggio all’età adulta, il definitivo ingresso in un mondo dove sarebbe stata trattata finalmente da pari, si rivela un vicolo cieco, una sgradita sorpresa, un amaro risveglio.

Nel corso di tutta la storia, la personalità di Anna si gioca, infatti, in un moto interno contraddittorio e conflittuale tra il desiderio di essere grande e l’impossibilità di frenare gli impeti giovanili e adolescenziali: se da una parte Anna vorrebbe comportarsi come un’adulta per accontentare il maturo genitore, per poter essere d’aiuto in quella situazione, per poter avere un rapporto paritario con Peter (già maggiorenne), dall’altra ella non riesce proprio a nascondere il proprio odio per la madre che la tratta come una bambina o a frenare la propria voglia di uscire ed evadere da quella prigione (si pensi alle volte che va in soffitta a guardare il cielo da una piccola finestrella). Anna diventa, così, nel libro come nel film, il simbolo di un’adolescenza che non può sbocciare, che non può avere i propri spazi di crescita, costretta, come una pianta diventata adulta troppo presto, a crollare al primo soffio del vento. Anche se in questo caso, occorre dirlo, il soffiare del vento è addirittura la tragica e barbarica politica di discriminazione ed eliminazione degli ebrei portata avanti dai tedeschi e dai loro alleati in Europa.

Ogni piccolo capriccio adolescenziale, ogni litigio con i genitori, ogni tenue sentimento d’amore, normalmente considerato dagli adulti come un insignificante fenomeno transitorio, acquista per Anna dimensioni inaspettate. Un sovradimensionamento degli atti e delle emozioni che si può riassumere in un solo vincolo, ingiusto e immorale: obbligare una ragazzina di quindici anni che si sta affacciando alla vita a rinchiudersi nel buio, non solo fisico, di una casa/prigione, prima, e di un campo di concentramento, poi. È questa, in fondo, la più grave ingiustizia patita da Anna Frank.

Marco Dalla Gassa

 

E' possibile ricercare i film attraverso il Catalogo unico del Centro nazionale, digitando il titolo del film nel campo di ricerca. Le schede catalografiche, oltre alla presentazione critica collegata con link multimediale, contengono il cast&credits e una sinossi. Tutti i film in catalogo possono essere richiesti in prestito alla Biblioteca Innocenti Library - Alfredo Carlo Moro (nel rispetto della normativa vigente).

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