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di Laurent Cantet

 

Sinossi 

Un anno nella scuola media di un istituto della banlieue parigina: un professore di lettere, Marin, e i suoi allievi s’incontrano e si scontrano, tra problemi etnici, sociali e relazionali. Indisciplinati, i ragazzi sfidano il professore: mettono in discussione ogni sua scelta, non fanno i compiti, lo provocano; ma sono capaci anche di improvvise aperture e progressi insperati. E Marin non si arrende: difende il suo lavoro, accetta il confronto, pretende la disciplina. Seguiamo via via le diverse storie dei ragazzi. Wei è il ragazzino cinese che ancora non padroneggia la lingua ma di grande intelligenza; la madre rischia di essere espulsa dalla Francia, non sapremo quale sarà il suo destino. Khoumba, ora ombrosa ora sfacciata, è convinta che Marin le manchi di rispetto, e la sua amica Esméralda, esuberante, è sempre polemica ma anche affettuosa nei suoi modi spicci. E poi ci sono Nassim, marocchino, Louise, la prima della classe, l’antillano Carl... Poco a poco il film si concentra su Souleymane: originario del Mali, ha grossi problemi di disciplina ma è capace anche di subitanee illuminazioni, come quando lavora sul suo autoritratto scattando fotografie notevoli. Un giorno, lo scontro tra Marin e le due rappresentanti degli studenti, Louise ed Esméralda, degenera. Il professore dà alle ragazze di “sgallettate” – durante il consiglio di classe non avevano fatto che ridacchiare – e le due si ribellano, convinte che la parola sia un equivalente di “prostituta”. Nel tentativo di difenderle, Souleymane si scalda troppo, dà del tu e insulta il professore e, andandosene, ferisce per sbaglio Khoumba. Il ragazzo finisce così davanti al consiglio di disciplina, che ne decreta l’espulsione dalla scuola; non sapremo quale sarà il suo destino. E l’anno finisce, con una partita di pallone studenti/professori e la speranza, nonostante tutto, nel futuro dei ragazzi.

Introduzione al film

Un film laboratorio

La classe, quarto lungometraggio del regista francese Laurent Cantet (1961), s’inserisce con coerenza in un percorso che, fino adesso, ha esplorato un universo fatto di figure emarginate e solitarie, protagoniste imperfette e antieroiche di storie quotidiane ambientate nei luoghi, poco appariscenti e per niente fotogenici, di fabbriche in sciopero o di scuole della periferia parigina. Così i suoi primi due film, Risorse umane (Ressources humaines, Francia 1999) e A tempo pieno (L’emploi du temps, Francia 2001) esplorano il mondo del lavoro nella declinazione contemporanea della lotta di classe, ma senza le punte melodrammatiche alla Ken Loach e sono, piuttosto, una riflessione amara sui costi del capitalismo e sulle sue ricadute sulle esistenze dei singoli. Il terzo lungomegraggio, Verso il sud (Vers le sud, Francia 2005), sposta apparentemente la prospettiva narrando la storia di una donna non più giovane che sceglie il turismo sessuale di Haiti; ma ancora una volta il film è un’analisi impietosa della solitudine che aggredisce chi non si adegua alle norme della società odierna.

Dal canto suo, il film del 2008 appartiene al contesto del film di scuola, genere molto presente nel cinema francese (v. infra, Riferimenti ad altre pellicole e spunti didattici). In effetti la classe, in quanto microcosmo che accoglie in sé le tensioni, i problemi, le tendenze che muovono  e si agitano all’interno della società, è un luogo privilegiato per quel cinema che vuole analizzare da un punto di vista non puramente finzionale, ma anzi accogliendo istanze documentaristiche, l’universo molteplice della contemporaneità. Nello spazio ristretto della classe s’incontrano – e spesso si scontrano – personalità diverse per origine, estrazione sociale, carattere; ed è in questa relazione spesso turbolenta, talvolta produttiva, che s’inserisce lo sguardo della macchina da presa. Ma come catturare le dinamiche dell’interazione tra i ragazzi e tra studenti e insegnanti senza interferire con esse, per l’appunto con la presenza stessa della mdp? Come portare l’occhio del film ad “altezza di studente” senza perdere la naturalezza delle situazioni da un lato e costruendo una storia adatta a essere raccontata in un film di finzione dall’altro? Il metodo adottato dal regista è stato quello del laboratorio cinematografico. Un anno prima dell’inizio delle riprese, Laurent Cantet e l’autore del romanzo da cui è stato tratto il film, François Bégaudeau – che nella vita è insegnante e che nella finzione interpreta il professor Marin – hanno steso una sceneggiatura per molti aspetti tradizionale, con situazioni e dialoghi, cioè, piuttosto ben delineati. Poi hanno iniziato un laboratorio con gli studenti della scuola media Françoise Dalto, un istituto della periferia parigina di quelli che i media definiscono “di frontiera”: alta percentuale di immigrati, tasso elevato di abbandono scolastico, grossi problemi di disciplina. Lavorando con gli studenti, la sceneggiatura ha preso letteralmente corpo (il regista ha scelto gli interpreti del film proprio tra coloro che hanno partecipato al laboratorio) e si è modificata, con i ragazzi che suggerivano modifiche ai dialoghi e alle situazioni narrate inserendo in esse molto della loro esistenza reale ma anche della loro creatività; fino ad arrivare alle riprese vere e proprie, che dunque si avvicinano al documentario non tanto per come sono realizzate (c’è una sceneggiatura di finzione, ci sono attori che, anche se non certo professionisti, hanno però lavorato a lungo sui loro personaggi) ma per come sono state costruite, per come hanno preso forma, nascendo da una proposta pedagogica forte, il laboratorio, che ha coinvolto gli studenti in un progetto costruito con loro e non semplicemente su di loro.

Il ruolo del minore e la sua rappresentazione

Il congiuntivo imperfetto

È l’ultimo giorno di scuola: la classe è ormai vuota, le sedie sono abbandonate sui banchi, dai finestroni aperti entrano il sole e le grida, in lontananza, della sfida a calcio studenti/professori. Un altro anno è passato: la scuola è finita, e la sequenza (l’ultima del film) è pervasa dal sollievo che accompagna la fine di un percorso. Ma la prospettiva futura è del tutto incerta: non sappiamo cosa succederà a quegli studenti una volta usciti da quelle mura, quale sarà il loro futuro o perfino se ne avranno uno. La mdp indugia su quello spazio vuoto riempito fino a un momento prima da voci, colori, volti, persone; e non si avventura all’esterno, non arrischia una previsione su quello che succederà agli studenti della media Dalto una volta là fuori, nel mondo. E in effetti proprio questa è la chiave adottata dal regista per ritrarre i protagonisti del film: li vediamo solo a scuola, nelle ore di lettere, quando sono costretti a confrontarsi tra loro e con l’autorità di un adulto. Della loro vita vediamo solo squarci: quello che dicono nelle discussioni in classe, quello che emerge dai colloqui del professor Marin con i genitori, quello che intuiamo dai loro tratti somatici, dal modo di vestire o di parlare. Cantet sceglie di restringere l’obiettivo, per così dire, ovvero di rappresentare solo il momento in cui i ragazzi, a scuola, diventano una classe. E la mdp si sofferma sui loro corpi, sui dettagli delle dita che premono rapide i tasti del cellulare, i piedi che si muovono, gli occhi che si chiudono e le bocche che sbadigliano: corpi prigionieri tra le mura (è questo il titolo originale del film e del romanzo) della scuola: in classe – nella quale non riescono a star fermi: si dondolano sulle sedie, si spingono gli uni verso gli altri, muovono braccia e gambe – ma anche nel cortile, circondato da una muraglia di cemento grigio come fosse una prigione. E in effetti tutta la scuola ricorda un istituto di correzione, segnata com’è da griglie, porte chiuse, muri che sembrano non avere fine.

Chiusi tra quelle quattro mura, i ragazzi si scontrano. Primi tra tutti i conflitti etnici: c’è chi si sente francese (l’antillano Carl), chi dice di non essere affatto francese, o almeno di non esserne fiero (Esméralda), chi prende a pretesto il calcio per disprezzare chi vede come diverso da sé (il marocchino Nassim), chi denuncia presunti favoritismi – il cinese Wei sarebbe il preferito di Marin. A questa prima opposizione di base francesi vs non francesi, con il primo termine senz’altro negativo, si sovrappone un’acerba coscienza di classe: i francesi sono anche i borghesi, i ricchi, gli “jambon beurre”, cioè coloro che mangiano burro e prosciutto, dunque una classe dominante contro cui ribellarsi; sono coloro che si chiamano Bill e mangiano i cheeseburger, che i ragazzi disprezzano, sentendo confusamente che quelli sono i modelli sociali che vengono imposti loro, che vorrebbero omologarli, e contro i quali si ribellano.

A un certo punto, Marin cerca di spiegare ai suoi studenti l’uso del congiuntivo imperfetto, una forma raramente usata, ormai, nel francese parlato, che ha un suono molto letterario e manierato. E gli studenti si ribellano: per loro quella “è roba da Medioevo”, un modo di parlare che nessuno usa “nella vita vera”. Allora è evidente qui come il vero conflitto su cui gioca il film non è tanto quello interculturale tra le diverse etnie dei ragazzi o quello con i francesi; il confine che appare invalicabile è quello tra scuola e “vita vera”, tra studenti e professori, tra coloro che, come Marin, sono convinti della necessità di padroneggiare il sapere e quegli adolescenti che non riescono a comprendere l’utilità di quelle conoscenze, perché vivono letteralmente in un altro mondo: un mondo in cui conta l’esperienza e la teoria insegnata dai docenti non è che lettera morta.

Infine, poco a poco, il film si concentra sul caso di Souleymane, ragazzo originario del Mali, indisciplinato, insolente e tuttavia con una gran luce nel sorriso, capace di improvvise timidezze. Souleymane è il classico studente “difficile”: viene a scuola senza libri, disturba le lezioni, provoca il professore e i compagni. Eppure Marin non si arrende: prima riesce a stimolarlo a scrivere un autoritratto, che il ragazzo costruisce tramite delle fotografie notevoli che il professore mostra a tutta la classe; poi, dopo lo scontro che lo porterà al consiglio di disciplina, cerca di difenderlo contro quei professori che vorrebbero espellerlo senz’altro. Ma non ci riuscirà; il ragazzo verrà inviato in un altro istituto, e lo vediamo per l’ultima volta che si allontana, accanto alla madre chiusa in un silenzio sdegnoso; e scompare, come inghiottito dalle mura grigie della scuola, come se il mondo là fuori fosse un qualcosa di totalmente separato dalla scuola sul quale ci è impossibile indagare. Questa potrebbe essere vista come una dichiarazione d’impotenza da parte del regista: non possiamo vedere oltre, è impossibile raccontare oltre un certo punto. Ma a ben guardare questa cesura della narrazione è piuttosto l’affermazione di una complessità, quella delle esistenze di questi ragazzi così ordinarie, eppure così complicate: l’autore preferisce non indicare soluzioni, non avere la pretesa di sapere tutto, di vedere tutto; e sceglie cosapevolmente un taglio parziale nella convinzione di poter dare, comunque, una serie di indizi e di riflessioni che sta a noi cogliere e rielaborare.

Riferimenti ad altre pellicole e spunti didattici

Il mondo della scuola media negli ultimi anni è stato esplorato in un buon numero di film, e si presta bene a un confronto tra esperienze diverse tra loro. In Italia si può vedere il ritratto tracciato da Caterina va in città (Italia 2003) di Paolo Virzì, in cui la storia di una ragazzina che da un paesino si trasferisce in una delle scuole migliori di Roma è il pretesto per una rappresentazione grottesca delle divisioni sociali tra destra e sinistra. In modo analogo, in ambito statunitense la scuola media è stata spesso lo sfondo per ritratti caustici della crudeltà della provincia americana, come in Fuga dalla scuola media (Welcome to the Dollhouse, USA 1996) di Todd Solondz.

Se si vuole esplorare la rappresentazione del docente, da ricordare senz’altro, oltre al romantico professor Keating cui dà vita Robin Williams in L’attimo fuggente (Dead Poets Society, USA 1989) di Peter Weir, l’italiano Marco Terzi/Michele Placido di Mery per sempre (Italia 1989), diretto da Marco Risi e ambientato al riformatorio Malaspina di Palermo; la maestra Liliana di Del perduto amore (Italia 1998), di Michele Placido, questa volta in veste di regista, storia di una giovane militante comunista che nel Sud degli anni Cinquanta cerca di insegnare a leggere e a scrivere alle bambine tra l’opposizione di tutti, per chiudere con il maestro di coro Mathieu di Les Choristes – I ragazzi del coro (Les Choristes, Francia/Svizzera/Germania 2004) di Cristophe Barratier, capace di conquistare la fiducia degli allievi di un istituto di rieducazione grazie alla musica.

Infine, il tema dell’intercultura a scuola è stato affrontato, in Italia, da tre documentari recenti: Sotto il Celio azzurro (Italia 2009) di Edoardo Winspeare, Una scuola italiana (Italia 2010) di Giulio Cederna e Angelo Loy, e La classe dei gialli (Italia 2009) di Daniele Gaglianone, tutti ambientati in scuole d’infanzia ad alto tasso d’immigrazione in cui è il lavoro degli educatori a essere al centro della rappresentazione, nel tentativo di mettere in pratica una pedagogia realmente multiculturale.

Chiara Tognolotti

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