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Il Programma P.I.P.P.I. è il risultato di una collaborazione tra il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il Laboratorio di Ricerca e Intervento in Educazione Familiare dell’Università di Padova, i servizi sociali e di protezione e tutela minori nello specifico, come le cooperative del privato sociale, alcune scuole e alcune Asl che gestiscono i servizi sanitari delle 10 Città riservatarie che hanno aderito alla prima implementazione del progetto, avvenuta negli anni 2011-2012: Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Torino, Venezia.
Il Programma nasce all'interno della logica sperimentale della Legge 285/97 e rappresenta il tentativo di creare un raccordo tra istituzioni diverse, tra professioni e discipline degli ambiti del servizio sociale, della psicologia e delle scienze dell’educazione, che solo insieme possono fronteggiare la sfida di ridurre il numero dei bambini allontanati dalle famiglie.
Finalità generale di P.I.P.P.I. è infatti quella di innovare le pratiche di intervento nei confronti di famiglie multiproblematiche, negligenti rispetto alla cura e all’educazione dei propri figli (da 0 a 11 anni), con l'intento di ridurre il rischio di allontanamento dei bambini dal nucleo familiare d’origine, articolando in modo coerente fra loro i diversi ambiti di azione coinvolti intorno ai bisogni dei minori e tenendo in ampia considerazione la prospettiva dei genitori e dei bambini stessi nel costruire l’analisi e la risposta a questi bisogni. L’obiettivo primario è dunque aumentare la sicurezza dei bambini e migliorare la qualità del loro sviluppo.
Il Programma ha previsto nel concreto la costituzione e l’operato di:
a) gruppi di riferimento territoriale (formati da professionalità del territorio e da esperti del gruppo scientifico), orientati alla cura delle attività di programmazione, monitoraggio e valutazione del progetto e alla concertazione delle attività svolte nel singolo territorio;
b) équipe multidisciplinari e integrate (composte dal case manager, operatori del territorio, famiglie target, referenti dell’ambito sanitario ed educativo, famiglie di appoggio), responsabili del coordinamento e della realizzazione del programma per tutta la sua durata;
c) gruppo scientifico composto da referenti dell’Università di Padova e del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, impegnato nella strutturazione e revisione periodica del piano sperimentale, della formazione delle équipe, del tutoraggio rispetto all’utilizzo degli strumenti di progettazione e valutazione, della funzione di accompagnamento e supervisione delle nuove pratiche.
P.I.P.P.I. ha previsto anche la costituzione di un comitato tecnico di coordinamento composto da rappresentanti delle città aderenti, del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e dell’Università di Padova, finalizzato a monitorare, orientare e supervisionare il Programma.
Questi alcuni esiti della prima fase di sperimentazione: tra le famiglie target è riconoscibile un solo caso di allontanamento, mentre per le famiglie di controllo in totale 9 bambini (19%) e 7 famiglie (17%) sono dichiarati dai referenti come allontanati; 8 delle 89 famiglie target di P.I.P.P.I. non sono più nella presa in carico, mentre delle 35 famiglie di controllo nessuna risulta essere uscita dalla presa in carico; nelle famiglie target è possibile notare una maggiore percentuale di bambini per i quali è riconoscibile un alleggerimento degli interventi: 50%, a fronte del 35% per le famiglie di controllo.
La seconda implementazione del Programma, relativa al biennio 2013-2014, ha coinvolto 9 Città riservatarie.
Attualmente è in corso una terza fase di sperimentazione, relativa al biennio 2014-2015, mentre sono in via di stipula i protocolli di intesa tra il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e 18 Regioni per la realizzazione della quarta fase di implementazione del Programma, che riguarda il biennio 2015-2016.

 

 

Per gli operatori


 

Il Programma P.I.P.P.I. nasce a fine 2010 da una collaborazione tra Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (MLPS), il Laboratorio di Ricerca e Intervento in Educazione Familiare dell’Università di Padova (http://www.educazione.unipd.it/labrief), le 10 Città italiane (riservatarie del fondo della Legge 285/1997) che hanno aderito alla prima implementazione (e dentro esse i servizi sociali, le ASL, le scuole, le cooperative di privato sociale). Esso rappresenta dunque anche il tentativo di creare un raccordo tra istituzioni diverse (Comuni, Ministero e Università) che condividono la stessa mission di promozione del bene comune, tra professioni e discipline degli ambiti del servizio sociale, della psicologia e delle scienze dell’educazione, che solo unitamente possono fronteggiare la sfida di ridurre il numero dei bambini allontanati dalle famiglie.
Esso propone linee d’azione innovative nel campo dell’accompagnamento della genitorialità vulnerabile, scommettendo su un’ipotesi di contaminazione, piuttosto desueta, fra l’ambito della tutela dei “minori” e quello del sostegno alla genitorialità. In questo senso, ess0 si inscrive all’interno delle linee sviluppate dalla Strategia Europa 2020 per quanto riguarda l’innovazione e la sperimentazione sociale come mezzo per rispondere ai bisogni della cittadinanza e spezzare il circolo dello svantaggio sociale.
Dall’inizio del 2014 il Programma è stato esteso a molteplici ambiti territoriali di 18 Regioni italiane.

Il Programma persegue la finalità di innovare le pratiche di intervento nei confronti delle famiglie negligenti al fine di ridurre il rischio di allontanamento dei bambini dal nucleo familiare d’origine, articolando in modo coerente fra loro i diversi ambiti di azione coinvolti intorno ai bisogni dei bambini che vivono in famiglie negligenti, tenendo in ampia considerazione la prospettiva dei genitori e dei bambini stessi nel costruire l’analisi e la risposta a questi bisogni.
Il termine negligenza, che può sembrare stonato nel contesto italiano in cui è utilizzato prevalentemente con una connotazione giudicante che poco si avvicina al senso che P.I.P.P.I. ha nell’accompagnare le famiglie. In PIPPI esso è utilizzato in quanto in letteratura la negligenza è definita come “una carenza significativa o un'assenza di risposte ai bisogni di un bambino, bisogni riconosciuti come fondamentali sulla base delle conoscenze scientifiche attuali e/o dei valori sociali adottati dalla collettività di cui il bambino è parte” (Lacharité, Éthier, Nolin, 2006).
L’etimo di Negligenza conduce al latino nec-ligere, che significa non legare, e identifica quindi la difficoltà di queste famiglie: non quella di esercitare una forma di violenza attiva nei confronti dei loro figli come il maltrattamento, piuttosto quella di non essere in grado di legare, di costruire e mantenere “legami” che permettano alle figure genitoriali di rispondere adeguatamente ai bisogni evolutivi dei figli.
Il termine dunque è importante perché ci permette di non porre il focus sulle mancanze dei genitori, quanto sui bisogni di crescita dei bambini, favorendo l’alleanza con i loro genitori per apprendere, insieme, a costruire risposte a questi bisogni via via più adeguate.

Perché P.I.P.P.I.?

Pippi Calzelunghe, una bambina “tremendamente forte”, ricchissima, con i capelli rossi, due amici, Annika e Tommy, che vive in una casa in rovina, che però è per lei la fantastica Villa Villacolle, con un cavallo bianco e una scimmietta, il signor Nilsson. Pippi è una figura metaforica delle potenzialità inesauribili dei bambini e delle loro capacità di resilienza, intesa come un percorso sempre possibile, che nasce anche dalla capacità di noi adulti di vedere il lato dritto delle cose storte, significati inediti negli eventi critici che i bambini possono trovarsi a fronteggiare, dalla convinzione che un modo importante di sostenere la crescita dei bambini, anche di quelli più vulnerabili, è proprio quello che usa Pippi: non rappresentarsi la propria realtà esistenziale come quella di una povera orfana, ma come quella di una bambina che può affermare soddisfatta: “Un angelo per mamma e un re di una tribù negra per papà: non capita davvero a tutti i bambini di avere dei genitori tanto distinti!” (Lindgren, 1988, p.6).
Il fatto di non avere i genitori è infatti per lei: “non così terribile se si pensa che così nessuno poteva dirle di andare a dormire o propinarle l'olio di fegato di merluzzo, quando invece lei avrebbe desiderato delle caramelle” (Ibid., p.5).
Pippi ci aiuta cioè a vedere che la realtà può essere rappresentata da angolature plurali e che tale diversa rappresentazione, unitamente ad altri fattori, può introdurre elementi di modificazione della realtà stessa in quanto l'aiuto sta ovunque, non solo nei sistemi professionali, che il cambiamento può avvenire in maniera inattesa, che bambini e genitori possono essere anche miniere di risorse e non solo di problemi, che vulnerabilità è una parola che fa rima con resilienza. Dipende anche da noi, dalla nostra capacità di guardare la loro realtà da una prospettiva più ampia e talora divergente, di metterci in ascolto, di decentrarci, talvolta, dai nostri saperi professionali per andare a cercare i tanti saperi nascosti nelle pieghe del quotidiano delle famiglie.

P.I.P.P.I.: un nome che è un programma!

Per questi e altri motivi abbiamo scelto Pippi, che è comunque anche l'acronimo di P.I.P.P.I., Programma di Intervento Per la Prevenzione dell'Istituzionalizzazione, come immagine di sfondo che crea un orizzonte di significato comune al programma: un orizzonte centrato sulle possibilità di cambiamento della persona umana, sull'importanza delle reti sociali, dei legami affettivi, delle possibilità di apprendimento e recupero anche nelle situazioni di vulnerabilità.
Istituzionalizzazione dentro P.I.P.P.I. non vuol dire allontanamento perché in Italia, grazie alla legge 149, non si istituzionalizza per lo meno dal 2001. Con questa parola “vecchio stile” non si intende prevenire il fatto che i bambini vadano negli  “istituti” che non ci sono più, ma si vuole dire che lo scopo di P.I.P.P.I. è la prevenzione di tutte le forme di “istituzionalizzazione” che possono essere ancora presenti dentro le pratiche dei servizi deputati ad aiutare le famiglie, ad esempio la burocratizzazione, i ritardi, le inefficienze, gli scoordinamenti, le rigidità, la scarsità di informazione, di rendicontazione e di trasparenza verso le famiglie ecc.
L’acronimo P.I.P.P.I. restituisce dunque un’immagine, un linguaggio, un insieme di valori nella tutela dei bambini che hanno lo scopo di creare una cultura che superi queste sottili, diffuse, diverse forme di istituzionalizzazione e contemporaneamente ci ricorda l’allegria, la simpatia, l’irriverenza e la forza di Pippi Calzelunghe.
La sfida di P.I.P.P.I. è dunque quella del sostegno alle famiglie vulnerabili assumendo l'ipotesi che queste famiglie se sostenute in maniera intensiva, rigorosa e per tempi definiti, attraverso un processo di empowerment, secondo l’approccio della valutazione partecipativa e trasformativa (Serbati, Milani, 2013) da operatori che lavorano in Equipe Multidisciplinari, ossia integrando le loro professionalità e le diverse dimensioni del loro intervento, possono apprendere nuovi modi, più funzionali alla crescita positiva dei loro figli, di essere genitori, di stare insieme, di gestire il loro quotidiano.
L’obiettivo primario è dunque quello di aumentare la sicurezza dei bambini e migliorare la qualità del loro sviluppo.
Pertanto P.I.P.P.I. in primo luogo intende garantire ad ogni bambino il diritto a:

  • un’analisi approfondita e di qualità della sua situazione familiare attraverso l’ascolto e la conoscenza reciproca tra famiglia e servizi,
  • un progetto di intervento coordinato tra tutti gli attori che sia realmente pertinente ai bIl Programma P.I.P.P.I.isogni della famiglie e concretamente realizzabile in modalità e tempi condivisi tra famiglia e operatori.

 

 

 

 

Per le famiglie


 

 

P.I.P.P.I. perche?

Ormai non ci sono più dubbi, l'infanzia è il periodo fondamentale per la crescita della persona umana. Il bambino nel suo percorso di crescita incontra persone, vede cose, prova emozioni e ogni volta ha bisogno di qualcuno che lo aiuti a dare un nome/capire a tutte queste novità.
La famiglia è il luogo privilegiato dove fare e riportare tutte queste esperienze, per imparare da esse e dar loro un significato. E i genitori hanno il difficile compito di guidare i propri figli, di ascoltarli e supportarli.
Ma allora: quanto è difficile fare i genitori! Per di più, genitori non si nasce, si diventa! Così ogni genitore, in ogni momento, può sentire il bisogno di essere sostenuto e aiutato, ma a volte nella vita può succedere di incontrare dei momenti critici. Anche in tali momenti, l'importante è trovare in sé e nelle persone che ci sono vicine, nei servizi che la comunità ci mette a disposizione, quelle risorse che, anche nelle situazioni più complesse, ci permettono comunque di prenderci cura dei figli in maniera positiva.

P.I.P.P.I. che cos'è?

P.I.P.P.I. è un programma di intervento rivolto a famiglie, con figli di età compresa tra gli 0 e gli 11 anni, che si trovano a fronteggiare situazioni impegnative in cui può risultare difficile garantire ai bambini le condizioni adeguate per la loro crescita. La finalità di P.I.P.P.I. è costruire una alleanza tra tutte le persone che hanno a cuore la crescita dei bambini per aiutare i genitori a continuare a vivere insieme ai propri figli nel migliore dei modi possibili. In Italia infatti esiste la legge 149 che all’articolo 1 garantisce il diritto di ogni bambino a crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia. Anche all’interno della comunità Europea ci sono diverse normative che impongono agli stati la responsabilità di creare le condizioni per aiutare sempre i genitori a educare e far crescere i loro bambini, attraverso il contributo dei servizi del territorio e della comunità.  
P.I.P.P.I vuole creare uno spazio di incontro e collaborazione tra i genitori, i parenti e le persone vicine alla famiglia, gli assistenti sociali, gli psicologi, gli educatori e gli insegnanti che quotidianamente accompagnano i genitori e i loro bambini. P.I.P.P.I. inizia dopo che il servizio territoriale responsabile del programma ha incontrato la famiglia interessata, le ha presentato il programma e insieme hanno valutato che P.I.P.P.I. può essere utile per migliorare la situazione.

P.I.P.P.I. un nome che è un programma!

P.I.P.P.I. significa Programma di Intervento Per Prevenire l’Istituzionalizzazione. In Italia, grazie alla legge 149, non si istituzionalizza, per lo meno dal 2001. Con questa parola “vecchio stile” non si intende prevenire che i bambini vadano negli  “istituti” che, appunto, oggi non ci sono più, ma si vuole dire che lo scopo di P.I.P.P.I. è la prevenzione di tutte le forme di “istituzionalizzazione” che possono essere ancora presenti dentro le pratiche dei servizi sociali, ad esempio la burocratizzazione, i ritardi, le inefficienze, gli scoordinamenti, le rigidità, la scarsità di informazione, di rendicontazione e di trasparenza verso le famiglie, ecc.
L’obiettivo di P.I.P.P.I. quindi in primo luogo è garantire ad ogni bambino il diritto a:

-un’analisi approfondita e di qualità della sua situazione familiare attraverso l’ascolto e la conoscenza reciproca tra famiglia e servizi,
- un progetto di intervento coordinato tra tutti gli attori che sia realmente pertinente ai bisogni della famiglie e concretamente realizzabile in modalità e tempi condivisi tra famiglia e operatori.

Ma l’acronimo P.I.P.P.I. ci ricorda prima di tutto l’allegria, la simpatia e la forza di Pippi Calzelunghe, una bambina che viveva da sola in una casa in rovina e con una situazione familiare alquanto insolita.
Pippi Calzelunghe è il simbolo che meglio rappresenta il programma P.I.P.P.I. perché in esso si vuole valorizzare la forza dei bambini che vivono in situazioni familiari insolite e che hanno difficoltà a rispondere in modo adeguato ai  normali bisogni di crescita dei loro figli.
Quindi le lettere di P.I.P.P.I. ricordano a operatori e famiglie che si vuole lavorare insieme per Promuovere Indipendenza Partecipando e Progettando Insieme.

Cosa si fa in P.I.P.P.I.?

-Progettazione condivisa: famiglia e operatori progettano insieme i cambiamenti che sono necessari a migliorare le condizioni di vita del bambino e della famiglia tutta e le azioni per realizzarli
-Percorsi educativi in famiglia: per individuare modalità per star bene con i propri figli insieme ad un educatore che può venire in casa secondo orari e tempi concordati con ogni famiglia
-sostegno sociale (famiglie d'appoggio): per trovare anche fuori dal proprio nucleo familiare amicizie e aiuto concreto nella vita di tutti i giorni
-gruppi con i genitori e con i bambini: per promuovere momenti di confronto e condivisione sulle questioni legate all'essere famiglia insieme ad altre famiglie
-partenariato tra scuola, famiglia e servizi: per creare una rete di scambio e pensare azioni comuni con tutte le persone coinvolte nell'educazione del bambino

Che cosa fa la famiglia?

P.I.P.P.I. riconosce la centralità del genitore nell'educazione dei bambini. Per questo ogni genitore partecipa insieme agli altri operatori a ogni decisione che riguarda sé e i propri figli. Prendere parte a P.I.P.P.I. significa:
-individuare insieme agli operatori i bisogni del bambino e le azioni da fare per soddisfarli
-partecipare agli incontri e alle diverse attività previste con gli operatori
-rispettare gli impegni concordati
-completare gli strumenti pensati per comprendere meglio la propria situazione e modificarla come stabilito.

Chi c'è in P.I.P.P.I.?

Sono presenti diverse figure professionali che verranno di volta in volta definite a partire dalle necessità della famiglia, quali assistenti sociali, educatori, psicologi e insegnanti.
P.I.P.P.I. è sostenuto dal Ministero delle Politiche Sociali e del Lavoro e coordinato dal Laboratorio di Ricerca e Intervento in Educazione Familiare (LabRIEF) dell'Università di Padova che aiuterà a trovare il metodo migliore perché le diverse azioni previste servano davvero a migliorare la situazione di ogni famiglia.