La Vie de famille

La Vie de famille

di Jacques Doillon

(Francia, 1984)

Sinossi

Come ogni sabato, Emmanuel lascia la compagna, Mara, e la figlia di lei, Natacha, per passare il fine settimana con Elise, figlia della sua precedente relazione con Lili. Prima di andarsene, Emmanuel litiga furiosamente con Natacha; l’uomo accusa la ragazza di fare di tutto per rendergli la vita impossibile; lei gli rimprovera che, quando lui è assente, le cose vanno molto meglio.

Mara finisce per prendere le parti della figlia e i due si lasciano freddamente. Arrivato a casa di Lili, Emmanuel incontra la figlia; e se dapprima la ragazzina gioca con lui inscenando un piccolo spettacolo, poi si mostra scostante e scontrosa. Ma i modi affettuosi del padre la rasserenano presto; e i due iniziano allegri il loro fine settimana insieme.

Il gioco proposto da Elise è fare cose di cui si ha paura; così i due entrano di nascosto nella scuola della bambina e, dopo aver giocato a imitare la maestra nella classe di lei, rubano un dizionario, che li accompagnerà per tutto il viaggio. Infatti padre e figlia partono, accompagnati da una piccola cinepresa, per girare un film tratto da una sceneggiatura scritta dalla stessa Elise. Prima tappa del viaggio è però la casa del padre di Natasha, dove la ragazza, scappando di casa, si è rifugiata.

Elise spia la conversazione tra il padre e la ragazza, in cui all’insofferenza reciproca si mescola una certa attrazione; ma poi Natacha riparte in treno per raggiungere la madre; il viaggio e le riprese possono continuare. In un primo momento l’atmosfera tra padre e figlia è tenera e divertita; poi però il loro rapporto sembra disgregarsi. L’uomo vorrebbe dalla figlia reazioni da adulta; la bambina, gelosa del padre, si mostra irritabile ed eccessivamente puerile.

Nel frattempo le riprese del film li hanno portati a Madrid; Emmanuel vorrebbe portare Elise al Prado per ammirare le opere di Goya, ma il museo è chiuso. Di sera, in albergo, dopo un ennesimo litigio, i due confessano i loro sentimenti reciproci davanti alla cinepresa; e finalmente sembrano riconciliarsi.

Introduzione al Film

Tra parole e immagini

La vita di famiglia: fatta di scontri, di gelosie, rappresaglie, di momenti di affetto interrotti da incomprensioni e piccole feroci vendette. E amore. Il film di Jacques Doillon rappresenta con grande finezza le relazioni tra padri, madri e figli, leggendole nella loro complessità e senza mai semplificare o cadere nello stereotipo. Tutto il racconto ruota intorno ad Emmanuel e alle sue due famiglie. La nuova, con la ruvida Mara e la figlia di lei, Natacha, non sembra delle più felici; la ragazza detesta l’uomo e non fa niente per nasconderlo, la madre finisce per schierarsi dalla parte della figlia ed Emmanuel, dal canto suo, cerca di imporre le proprie regole senza dimostrare la minima tolleranza. Il rapporto con Lili ed Elise sembra, almeno in un primo tempo, più semplice. La madre della ragazza non dimostra ostilità nei confronti dell’ex compagno; ed Elise, che sembra accettare serena la situazione, è fortemente legata al padre. Alla relazione tra Emmanuel ed Elise, che è senz’altro il tema principale del film, il regista affianca due tematiche complementari. La prima è quella del ruolo delle parole.

In una delle prime sequenze il padre, che è entrato di nascosto, per sfida, nella classe della figlia, regala alla ragazzina un dizionario, chiedendole di cercare il significato di tutte le parole difficili che Elise non conosce; e per questo le regala un quaderno sul quale annotarle. Dal canto suo, Elise gioca volentieri con le parole; scrive storie fantasiose e surreali ed è sua la sceneggiatura del film che il padre tenta di realizzare. La scrittura lega dunque padre e figlia; è un tramite attraverso cui comunicare e trasmettere i propri sentimenti. Non così le immagini. Emmanuel usa la cinepresa non solo per riprendere il racconto immaginato da Elise, ma anche e soprattutto per osservarla in modo indiretto, per costruirsi e custodire un’immagine della figlia da guardare quando sarà lontano da lei. Sembra quasi che Emmanuel riesca ad essere sincero e a esprimere i propri sentimenti più davanti al piccolo visore della cinepresa che non direttamente alla figlia. Le immagini sono qui simbolo di una visione mediata, di una comunicazione spezzata che può esistere solo nello spazio neutro dello schermo.

Se la scrittura diviene una forma di comunicazione diretta tra i due, l’immagine è piuttosto un surrogato di comunicazione, un modo per parlarsi senza guardarsi negli occhi; un modo “per mantenere la distanza”, come osserva Elise, ferita dal distacco del padre. Ed è proprio la bambina, alla fine, a sottolineare che “non abbiamo bisogno di una macchina per parlarci”, cercando una confidenza col padre che solo in questo momento sembra arrivare.

Il ruolo del minore e la sua rappresentazione

Altalene relazionali

La relazione tra padre e figlia è al centro del film. Per raccontarla, La vie de famille adotta la forma del film di viaggio. Un po’ come accadeva in Alice nelle città (Alice in der Stadten, Rft, 1973) di Wim Wenders, padre e figlia partono alla ventura, seguendo il filo di un’improbabile sceneggiatura scritta da Elise che i due cercano di trasformare in film. Il mare, i paesaggi assolati, le strade d’asfalto che si stendono nella calura dell’estate sembrano stringere e approfondire la relazione tra i due. Nonostante qualche piccolo screzio, la ragazzina gioca col padre, sfidandolo a piccole imprese pericolose cui il padre risponde con allegro coraggio. I due gareggiano nell’interpretare ruoli e personaggi diversi: il maestro e l’allieva, la regista e l’operatore, i compagni di viaggio e d’avventura. Ma, lentamente, la loro confidenza va a diminuire. Elise sembra annoiarsi del film e della compagnia del padre; prima ne è gelosa e ne spia le relazioni con altre donne – il breve incontro con una vecchia amica in un ristorante, la conversazione con Natacha – poi si ribella a tutto ciò che l’uomo propone dichiarando di voler tornare a scuola e alla sua vita di tutti i giorni.

Dal canto suo Emmanuel chiede alla figlia comportamenti da adulta. Se evidentemente l’affetto che nutre per lei è grande, le chiede di dimostrarlo in modi che non sono adatti a una ragazzina. L’uomo non esita a rimproverarla per il modo infantile in cui si comporta e parla con lei come parlerebbe con una donna adulta, tanto che a volte le loro conversazioni somigliano più a quelle tra due amanti – rimproveri, ripicche, vendette, pianti – che non al modo in cui un genitore si rivolge alla figlia. Eppure, alla fine del racconto, i due sembrano riavvicinarsi. Prima tramite le confessioni solitarie davanti alla cinepresa, poi in un dialogo a quattr’occhi, padre e figlia riescono a dirsi apertamente ciò che provano. La ragazzina rimprovera al padre di tenerla a distanza, proprio come interpone tra loro lo schermo freddo della piccola cinepresa; Emmanuel risponde che quella distanza è necessaria per non tenerla prigioniera del suo amore, per permetterle di amare altri oltre che lui. E su quest’appello a lasciarsi liberi, a non chiudersi nel giogo opprimente della vita di famiglia, e con il volto di Elise di nuovo sorridente, si chiude il film.

In secondo piano, la relazione tra Emmanuel e Natacha. Interpretata da una giovanissima Juliette Binoche, la ragazza appare dapprima come la tipica adolescente ribelle, che non perde occasione per provocare gli adulti con un comportamento indisponente e arrogante. Se la madre, divisa tra il compagno e la figlia, non sa bene da quale parte schierarsi e finisce per logorare entrambi i rapporti, Emmanuel risponde alle provocazioni della ragazza non dimostrando alcuna tolleranza per lei e pretendendo che Natacha si adegui al suo modo di vivere. Più tardi, però, quando i due s’incontrano da soli – Natacha è scappata di casa e Mara ha chiesto a Emmanuel di andarla a riprendere – il loro rapporto sembra cambiare. Il loro litigio prende una piega più sensuale, aumentata anche dalle parole di Mara, che ha chiesto all’uomo, ambiguamente, di “amare” la figlia; e il loro detestarsi si trasforma in un breve abbraccio rabbioso, il cui ardore è subito spento dalla partenza della ragazza. Si tratta di una relazione ambigua e potenzialmente perturbante, che il regista sfiora senza però esplorarne i risvolti fino in fondo.

Riferimento ad altre pellicole e spunti didattici

Per le sue caratteristiche il film può facilmente far parte di un ciclo dedicato alle relazioni tra genitori e figli (o anche, più in generale, tra adulti e bambini) all’interno del genere del film di viaggio. Al già citato Alice nelle città, storia di un giornalista che accompagna una bambina alla ricerca della casa della nonna e della sottile amicizia che nasce tra i due, si possono aggiungere Il ladro di bambini (Italia/Francia 1992) di Gianni Amelio, racconto della relazione tra un giovane carabiniere e due bambini che gli vengono affidati; tra la ragazzina, che è stata prostituita minorenne dalla madre, il fratellino di lei e il giovane militare s’instaura poco a poco un rapporto di fiducia e affetto; il malinconico Central do Brasil (Central do Brasil, Brasile, 1998) di Walter Salles, che racconta il viaggio di una donna, anziana ed egoista, insieme al piccolo Josué che è alla ricerca del padre; durante il percorso che da Rio porta al Nordeste la protagonista riconquisterà la coscienza e la dignità perdute; e il commovente Paper Moon (id., Usa, 1973) di Peter Bogdanovich, storia dell’amicizia tra due vagabondi, un venditore ambulante e un’orfanella di nove anni.

Chiara Tognolotti

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