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di Vittorio De Seta

(Italia, 1972)

Sinossi

Bruno D’Angelo, maestro di origine napoletana, ottiene la nomina come insegnante elementare nella difficile scuola “Francesco Ruffini” del popolare quartiere Tiburtino 3° a Roma. La sua classe, una quinta elementare, è formata da ragazzi a rischio

, ‘scarti’ delle altre scolaresche, fanciulli con situazioni familiari o finanziarie particolari. La maggior parte di questi scolari è destinata a perdersi nel mondo del lavoro minorile oppure, peggio, a finire nell’universo della micro-criminalità con tutto il logico percorso formato dal riformatorio e successivamente dal carcere.

Il nuovo maestro, dopo essere coraggiosamente riuscito a riportare a scuola gli scolari costantemente assenti, si accorge immediatamente che il canonico programma ministeriale non può riscuotere l’interesse dei suoi allievi, ed allora inizia a svolgere un progetto legato strettamente alla realtà sociale dei ragazzi che popolano la sua classe. Ma l’insegnamento controtendenza del maestro non piace al direttore della scuola, il quale minaccia di respingere all’esame di licenza gli allievi perché impreparati sul programma scolastico. Per evitare di costituire un problema per i suoi ragazzi, il maestro decide di abbandonare la scuola.

Presentazione Critica

Il conflitto tra un’educazione aleatoria, basata su concetti astratti, lontani e nozionistici, e un’altra, invece, più aderente ad una precisa realtà sociale di riferimento, maggiormente legata all’esperienza, alla conoscenza diretta delle cose è l’evidente dicotomia su cui si basa il film di Vittorio De Seta. Il maestro Bruno D’Angelo, si rende immediatamente conto del disinteresse che lo circonda nell’ambiente scolastico, dell’assoluta indifferenza con la quale i suoi colleghi compiono il loro lavoro, del sospettoso astio con cui gli altri insegnanti vedono il suo operato e la connessa mentalità che lo anima. D’Angelo non avverte il suo lavoro come una semplice professione, ma vive completamente la relazione con gli scolari come se fosse una missione da portare a compimento, quasi ad impedire che altri ragazzi possano perdersi nei meandri dello sfruttamento lavorativo minorile, nelle spire della delinquenza, nell’assoluto nulla di un mondo fatto di semi-analfabetismo, miseria, sospetto e soggezione. La dicotomia che si realizza diventa quella tra insegnamento fine a se stesso, proposto attraverso formule consunte, versi incomprensibili ed inservibili (si pensi ai versi pascoliani che il direttore fa leggere e commentare agli allievi di D’Angelo per dimostrare la loro mancanza di preparazione in vista degli esami di licenza, parole che esprimono un contenuto ed una forma distanti ed indifferenti all’esistenza dei difficili scolari), e vera e propria educazione alla vita, alle questioni di rilevanza sociale, in virtù di una formazione impostata secondo criteri razionali, pienamente partecipe delle problematiche quotidiane.

Quella che il maestro progressista elabora non è una preparazione riferita a criteri universali, ritenuti assolutamente astratti per fanciulli abituati ad una triste realtà, caratterizzata da baracche, risicata vendita di pezzi meccanici, mancanza di elementi basilari di sviluppo (un esempio calzante può essere quello delle abitazioni prive di energia elettrica), ma una conoscenza effettiva realizzata sul campo, diretta alla sperimentazione, all’esperienza vicina al loro mondo e condotta in prima persona. Così lo studio delle lucertole che i ragazzi cacciano nei prati, i problemi di economia domestica che riguardano ogni persona abituata a fare i conti con la relatività dei propri guadagni, il problema etico del furto, con la spirale di repressione e pseudo-educazione che innesca, la Seconda guerra mondiale riferita alla diretta esperienza familiare sono gli esempi intorno ai quali ruota il concreto apprendimento degli allievi di D’Angelo. Una cultura che mira a generare coscienza tramite la piena conoscenza della realtà, alla quale si attiene, sintomaticamente, anche De Seta, che tramite il suo documentarismo critico (si guardi, a questo proposito, Banditi a Orgosolo del 1961) punta a svelare un intero universo semplicemente osservando le lezioni di un gruppo di veri ragazzi appartenenti alle borgate romane ed intervallando le immagini mostrate con le riflessioni morali e comportamentali del maestro, che commenta la realtà proposta per mezzo della sua voce interiore.

Ma l’analisi vissuta dal di dentro delle contraddizioni della realtà ‘borgatara’, l’indagine di una situazione sociale su cui intervenire, non si risolve in un’auspicabile tentativo di trasformazione delle strutture in atto o in un’accusatoria presa di coscienza della strada da seguire per raggiungere l’emancipazione, bensì si definisce attraverso la semplice denuncia dell’arretratezza della scuola italiana degli anni Settanta, indisponibile a mettere in discussione le proprie convinzioni, radicate da decenni di esperienze formative basate sulla semplice tassonomia (ed infatti il direttore, con le sue pretestuose giustificazioni e il costante ricorso al refrain della carriera venticinquennale, rappresenta simbolicamente l’incapacità della scuola di attestarsi adeguatamente ai tempi).

Giampiero Frasca

 

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