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Il regista Edoardo Winspeare racconta la sua esperienza nella scuola per l'infanzia 'Celio Azzurro'  

a cura di Fabrizio Colamartino e Marco Dalla Gassa

Attraverso il suo cinema animato da una forte specificità regionale (quasi tutti i suoi lavori sono ambientati nel Salento) e da un approccio umile verso gli ambienti e i personaggi, Edoardo Winspeare si è affermato come uno dei registi più interessanti nel panorama cinematografico italiano. Nato in Austria ma cresciuto a Tricase in provincia di Lecce (con un passato di studi di cinema trascorso tra New York e Monaco di Baviera) Winspeare segue, in ogni suo progetto, uno spirito spiccatamente antropologico, spinto da una intensa vocazione al lavoro di prossimità e contatto con le realtà che racconta sullo schermo, sia quando sceglie il linguaggio della finzione sia quando adotta quello del documentario. Guadagna i primi riconoscimenti festivalieri e le prime attenzioni critiche con il film Pizzicata (1996), ambientato nel 1943 in Salento e poi con Sangue vivo (2000), girato interamente in dialetto salentino, che racconta la storia di due fratelli dal destino drammaticamente intrecciato, al quale fa da sfondo tutt'altro che neutro la tradizionale "pizzica" salentina. I successivi lavori di fiction sono Il miracolo (2003), racconto incentrato sul rapporto tra un bambino che crede di avere doti taumaturgiche e una adolescente abbandonata a sé stessa dalla madre, dove conferma la sua capacità di tracciare convincenti microcosmi familiari e, più recentemente, Galantuomini (2008), storia dell'amore impossibile tra una donna boss della Sacra Corona Unita e un magistrato. Altrettanto intensa è l'attività di Winspeare come documentarista: La passione del Miracolo segue la processione del Venerdì Santo dedicata alla Madonna Addolorata che sfila per la Taranto Vecchia, La Festa che Prende Fuoco (2008), storia della focara, il falò più grande del mondo che si organizza a Novoli (Lecce) in occasione della festa patronale e, ovviamente, Sotto il Celio Azzurro, ambientato in una scuola dell'infanzia nel cuore di Roma che accoglie bambini e genitori provenienti da ogni parte del mondo. Presentato alla quarta edizione del Festival internazionale del film di Roma prodotto e distribuito in alcune sale italiane dalla Fabulafilm a partire dalla fine di aprile 2010, Sotto il Celio Azzurro rappresenta uno dei pochi prodotti audiovisivi che racconta e documenta, con un linguaggio accattivante ma mai didascalico, il lavoro degli educatori e degli insegnanti delle scuole per l'infanzia italiane, un lavoro le cui ricadute pedagogiche non sempre sono sotto gli occhi di tutti. Al di là dell'importante esempio di intercultura proposto, il film di Winspeare riesce a catturare la tessitura educativa che sorregge le attività dei maestri e motiva l'importanza di un coinvolgimento attivo dei genitori nelle attività dei figli. L'intervista che segue, incentrata soprattutto su quest'ultimo documentario, mira a illustrare le modalità di lavoro adottate dal regista, il suo modo di entrare in relazione - in punta di piedi - con la realtà del Celio Azzurro, le ragioni che lo hanno spinto a dedicare quasi due anni di tempo ad una piccola scuola per l'infanzia e mira ad aggiungere qualche altra buona ragione per recuperare il film ed organizzare proiezioni nelle scuole o in altre realtà che si occupano di infanzia. Al termine dell'intervista vengono segnalati gli indirizzi per entrare in contatto con la casa di produzione e distribuzione del film. CNDA: Sotto il Celio Azzurro è un prodotto raro nel panorama cinematografico italiano, perché ambientato in una scuola dell'infanzia del quartiere Celio di Roma frequentata da 45 bambini di 32 paesi diversi. Come è nata l'idea per il documentario? Edoardo Winspeare: Con Paolo Carnera, direttore della fotografia dei miei precedenti film, avevo in mente un progetto di documentario molto ambizioso: un ritratto dell'Italia positiva, onesta, altruista, capace di lavorare sul serio, duramente ma anche con leggerezza e allegria, che doveva spaziare dal Friuli alla Sicilia. Poi questo progetto è stato accantonato e Paolo e Graziella Bidesheim, la produttrice del film, che avevano mandato i loro figli al Celio Azzurro, mi hanno proposto di girare un documentario su questa realtà. All'inizio la proposta mi è parsa limitante, ma dopo due settimane di permanenza nella scuola ho capito di fronte a quale potenziale mi trovavo ed ho accettato con entusiasmo la proposta, anzi mi sono sentito in dovere di girare il film. Ho capito che si trattava di una "via italiana alla pedagogia", per l'appunto un misto di leggerezza e serietà, ma anche di una straordinaria eccezione: in un paese dove domina l'intolleranza verso lo straniero qui si educa a conoscere l'altro nel momento più importante per la formazione dell'individuo. Ho seguito il loro percorso formativo ed ho capito che il segreto del Celio Azzurro sta nella capacità di non individuare l'alterità in un'etnia, una cultura, una condizione sociale particolare, nel colore della pelle, nello status di extracomunitario, di europeo o di italiano, bensì nell'insegnare che l'altro è anche chi appare molto simile a noi. Se si lavora con bambini molto piccoli su questi temi aiutandoli a conoscersi e a conoscere gli altri facendo un grosso lavoro sul corpo, sui sensi, proprio come fanno i maestri del Celio Azzurro, in particolare valorizzando attraverso il gioco quello che loro chiamano "il sesto senso", ovvero la fantasia e la creatività, è facile ottenere dei risultati, a partire da quelli più concreti, come far conoscere loro più lingue e più culture, fino ad arrivare a quelli più ambiziosi, come educare al rispetto e la tolleranza. C.: Uno degli aspetti che più colpiscono lo spettatore è la spontaneità e la naturalezza dei bambini,  i quali sembrano non aver risentito minimamente della presenza della macchina da presa. Quanto è durato il periodo di "banalizzazione" del dispositivo di ripresa? Ha seguito un metodo particolare per ottenere questa spontaneità? E. W.: L'unico segreto è il tempo, abbiamo dedicato tanto tempo a questa esperienza: la fase preparatoria, nel corso della quale ho studiato la situazione senza portarmi dietro la macchina da presa, è durata un paio di settimane, le riprese vere e proprie si sono dipanate nel corso di un anno (come si può vedere dalla suddivisione del film in quattro capitoli, ognuno dedicato a una stagione) e, alla fine, le ore di girato erano circa novanta, una quantità di materiale enorme. Non si è trattato, tuttavia, di una decisione legata esclusivamente alla volontà di raccontare un anno di vita al Celio Azzurro, ma di una scelta obbligata: non puoi cogliere l'essenziale di vent'anni di esperienza nel campo della pedagogia se non sei disposto ad attendere il momento giusto in cui qualcosa di essenziale si manifesta tra le pieghe della quotidianità. Ho manipolato pochissimo la realtà che avevo di fronte: solo in rare occasioni ho chiesto a qualcuno di girare un piano d'ascolto o un controcampo che poi mi sarebbero stati utili in fase di montaggio. Del resto, avevo scelto di girare con una sola macchina da presa, proprio per essere il meno invadente possibile e, in questo modo, è stato necessario lavorare parecchio al montaggio. C.:  Lei, in passato, ha già lavorato con bambini e preadolescenti, in modo particolare ne Il miracolo, un film che vedeva come protagonista un ragazzino scampato miracolosamente ad un incidente d'auto. Girare un documentario rispetto ad una fiction ha richiesto un diverso modo di relazionarsi con i più piccoli? Le è tornata utile quell'esperienza o ha dovuto inventare tutto ex novo? E. W.: Certamente il lavoro fatto con il piccolo protagonista de Il miracolo mi è tornato utile, ma del resto anche quello fatto negli altri miei film, da Pizzicata a Sangue vivo: la famiglia è un elemento sempre presente nei miei film e, dunque, la presenza di bambini è necessaria, specie se si considera che si tratta sempre di famiglie meridionali. Del resto, lavorare con i bambini è molto più semplice di quel che si possa immaginare, basta conquistare la loro fiducia e il resto viene da sé. Per un bambino recitare è un po' come giocare, è un'attività che prende molto sul serio e che, allo stesso tempo, gli riesce molto naturale. Certo, in un film di finzione c'è molta più tecnica, spesso è necessario ripetere determinate scene se si vuole raggiungere un certo risultato: questo può essere ovviamente un elemento di disturbo per un bambino che recita, dato che gli si richiede di mantenere un registro costante nella sua interpretazione sottoponendolo a continue interruzioni. In un documentario c'è molta più libertà di azione, si prende quello che accade spontaneamente davanti alla macchina da presa, cercando di influire il meno possibile sulla realtà. Il grosso del lavoro, in questo caso, si concentra nella fase preparatoria, durante la quale il regista deve riuscire a diventare in qualche modo parte della realtà instaurando un rapporto di fiducia con i protagonisti, facendo in modo che loro si dimentichino della sua presenza, ovvero che la sua presenza sia in qualche modo familiare, e successivamente nella fase del montaggio, quando si seleziona e si riordina il materiale. C.: C'è un episodio particolare nel corso delle riprese del quale sono stati protagonisti i piccoli ospiti di Celio Azzurro che l'ha colpita particolarmente? E. W.: Probabilmente il periodo passato con loro a Sperlonga, nella settimana durante la quale i bambini sono stati al mare senza i genitori: è stato molto bello perché è venuto fuori tutto il meglio dei bambini, il senso di amicizia e di solidarietà che si era creato tra loro nel corso di un anno. Un bambino può essere anche molto nervoso ed egoista, specie se si ritrova a condividere un'esperienza di una settimana senza genitori, invece sono rimasto sorpreso dall'armonia e dal senso di responsabilità che regnava nella piccola colonia improvvisata dai maestri del Celio: ho visto i bambini partecipare a tutte le attività, anche quelle meno divertenti come riordinare o lavare i piatti, magari in maniera simbolica, ma comunque dimostrando una consapevolezza dell'importanza del contributo di ognuno alla vita di comunità. C.: Sotto il Celio Azzurro è un film sull'infanzia, pieno di bambini, ma nel quale i bambini, paradossalmente, sono poco protagonisti: i veri eroi della storia ci sembrano in parte i genitori, capaci di aprirsi agli stimoli multiculturali della scuola ma, soprattutto, i maestri che vengono descritti in tutte le loro sfaccettature, senza celarne difficoltà o battute d'arresto. Quali le ragioni di questa scelta? E. W.: Come molti anche io prima di girare il film pensavo che la scuola per l'infanzia fosse una sorta di "parcheggio" per permettere ai genitori di lavorare, una dimensione sostanzialmente separata da quella familiare. Ma al Celio Azzurro l'integrazione vede coinvolti anche i genitori: questi ultimi vanno integrati tanto quanto i loro figli. Il lavoro fatto a scuola non ha senso se poi tra le mura domestiche ciò che accade è l'opposto. Così al Celio Azzurro si fa di tutto per permettere a persone molto diverse di incontrarsi: è molto bello vedere partecipare alla stessa attività il padre di un bambino inglese che è funzionario presso la FAO e quello di un bambino rumeno che fa il benzinaio. Il coinvolgimento delle famiglie, tuttavia, ha anche un'altra funzione, quella di instaurare e rafforzare il senso di fiducia tra adulti e bambini: vedendo i genitori giocare e divertirsi, i bambini capiscono che anche gli adulti sono stati piccoli e che sono diventati grandi perché hanno fatto delle esperienze, hanno fatto degli errori, hanno avuto i loro stessi timori, le loro stesse paure. È proprio in questa dimensione che si colloca la scelta stilistica più forte del film, quella di "riavvolgere" le vite degli educatori attraverso una serie di fotografie che li mostrano via via giovani, ragazzi, adolescenti, bambini, neonati. Da un punto di vista cinematografico sarebbe stato molto comodo per me puntare tutto sui bambini: in questo modo si ottiene facilmente il coinvolgimento del pubblico, specie se si scelgono situazioni commoventi o lacrimevoli. Per esempio, tra i bambini del Celio Azzurro c'erano anche due piccoli rom che certamente vivono una condizione di disagio abitativo, di precarietà, persino di esclusione sociale, ma non all'interno della scuola. Non ho voluto adottare scorciatoie, anche un po' disoneste, come quella di scegliere alcuni "casi pietosi" e portarli sotto i riflettori, sarebbe stata una forma di razzismo a rovescio. Al Celio Azzurro tutti i bambini sono uguali: credo che se mi fossi concentrato su singole situazioni problematiche i bambini italiani o quelli delle famiglie più abbienti sarebbero diventati un po' antipatici allo spettatore. C.Il film sembra rifarsi nella struttura di base, priva com'è di un vero e proprio centro narrativo, a quei concetti di complessità e di pluralità che animano l'approccio multiculturale alla didattica seguita dai maestri del Celio. Si tratta di una scelta intenzionale o dell'influenza dell'ambiente in cui è andato a girare? E. W.: Be', come dicevamo prima una struttura ricorrente è quella della regressione dei maestri all'infanzia attraverso le fotografie, l'altra è quella di scandire il racconto attraverso lo scorrere delle stagioni. Ma in effetti, a parte questo non c'è molto altro. Un elemento strutturale forte che ho preferito evitare, ad esempio, è stato quello dell'intervista: ho scelto di far parlare i personaggi tra di loro, di far emergere direttamente dai loro dialoghi le informazioni necessarie a capire la storia perché ritengo che in questo contesto una serie di interviste ai maestri o ai genitori avrebbero "ingessato", istituzionalizzato le cose. È come se io e Paolo Carnera, passando per caso davanti alla scuola, avessimo detto: "andiamo a vedere che cosa succede là dentro". È un approccio molto impressionistico al dato reale, poco filtrato, che si affida soprattutto alla capacità delle immagini, dei gesti, dei volti di parlare allo spettatore: quest'ultimo deve stare dentro la scuola, deve sentirsi come se fosse lì, a fianco dei maestri. Probabilmente girare senza imporre (agli altri e a me stesso) una serie di schemi era l'unico modo per entrare in contatto con una realtà così poco accademica come quella del Celio Azzurro, dove l'improvvisazione conta moltissimo. Attenzione però, per saper improvvisare serve un'enorme lavoro di preparazione, un grande allenamento, che è ciò che fanno da sempre i maestri di questa scuola ed è ciò che ho cercato di fare io nel mio piccolo quando mi sono avvicinato a questa realtà. C.: Se consideriamo più in generale il suo cinema e le sue battaglie sociali (specialmente quelle contro l'abusivismo edilizio), ci accorgiamo che esiste un filo rosso nella sua azione: il racconto di vicende e contraddizioni profondamente radicate in un territorio, in particolare il Salento. Con Sotto il Celio Azzurro volge invece il suo sguardo a una società moderna, multietnica, che forse deve ancora trovare i propri punti di rifermento. La sua attenzione per la comunità del Celio Azzurro segue le stesse direzioni di prossimità verso le realtà locali adottate nelle sue precedenti vicende artistiche, oppure è un tentativo di uscita dai suoi orizzonti di conoscenza abituali? E. W.:  Mi hanno rimproverato di fare solo film sul Salento, di essermi fossilizzato: per me è molto più comodo girare in Puglia per una questione di costi e di finanziamenti, ma soprattutto per una forma di umiltà, dato che questa è la realtà che conosco meglio e che mi sento "autorizzato" a rappresentare. Con Sotto il Celio Azzurro, tuttavia, non è stato molto diverso, dato che ha molte cose in comune con gli altri miei film, a partire dall'interesse antropologico, che qui si applica alla "romanità" del contesto, un elemento molto presente nel film, a partire dall'incipit molto ironico, con il finto centurione che invita i popoli di tutto il mondo a venire a Roma, patria dell'integrazione e dell'intercultura. In fondo si tratta di una caratteristica comune alla cultura della nostra popolazione, questa di riconoscersi non in quanto italiani ma come salentini, romani, fiorentini, eccetera. Chi meglio di noi può comprendere le ragioni della diversità e dell'integrazione, dal momento che siamo tutti così diversi eppure, alla fin fine, anche integrati? C.: Ha fatto vedere il documentario ai bambini e ai genitori del Celio Azzurro? E se sì, quali sono state le loro reazioni? E. W.: Ai bambini ovviamente è piaciuto moltissimo riconoscersi e ritrovarsi nelle immagini del documentario. Penso che per loro sia stato importante soprattutto vedere quanto erano cresciuti, la differenza tra le prime e le ultime sequenze del documentario, soprattutto per ciò che riguarda il loro rapporto con  i maestri. Nei genitori ha prevalso, ovviamente, la commozione nel constatare quanto lavoro fosse stato fatto dai maestri con i loro figli, anche perché, per quanto coinvolti in molte attività della scuola, non avevano assistito alla maggior parte dei momenti che compongono il documentario. C.: Pensa che possa essere utile proiettare il film nelle scuole? Se sì esiste un progetto di distribuzione del film in questo ambito? A chi si deve rivolgere un insegnante o un educatore interessato a proiettare il suo lavoro nelle classi? E. W.: Ovviamente penso di sì, ma non perché sono l'autore del film, soprattutto perché penso che emerga quanto sono in gamba i maestri del Celio Azzurro, quanto sia valido il loro progetto e, soprattutto, perché ritengo che risulti evidente come sia possibile inventarsi dal nulla una scuola così, a prezzo di qualche sacrificio, certo. Specie nelle grandi città, dove la percentuale di bambini stranieri è molto alta, penso che l'esperienza del Celio Azzurro possa costituire una specie di progetto pilota al quale ispirarsi per altre realtà simili: un asilo a misura di bambino collocato nel cuore di metropoli che, troppo spesso, lasciano ben poco spazio all'infanzia. La Fabulafilm, dal canto suo, ha deciso con grande caparbietà di autodistribuire il film, affinché non venga stritolato dalle assurde politiche distributive del mercato cinematografico italiano. È proprio alla Fabulafilm (distribuzione@sottoilcelioazzurro.it tel. 06 97748203) che si può rivolgere direttamente chiunque voglia organizzare una matinée per le scuole o una proiezione dedicata ad insegnanti e operatori del settore. Inoltre, conoscendo la disponibilità di Massimo Guidotti e degli altri maestri del Celio Azzurro, penso sia possibile ipotizzare anche una loro presenza a questi incontri, compatibilmente con gli impegni legati alla loro attività che, come è facile intuire guardando il film, non sono certamente pochi.   (Crediti foto)