Ricerca per parola chiave

Abbiamo incontrato Laurent Cantet, regista de La classe, durante l’anteprima veneziana organizzata presso il cinema Giorgione di Venezia dal Circuito Cinema e dall’Ambassade de France en Italie – Délégation culturelle à Venise. Cantet non ha soltanto presentato il suo film, ha tenuto, in un’ora di incontro con gli spettatori, una lezione di media education, di didattica, di metodo. Ecco il suo intervento.

Un film di finzione Sebbene a prima vista possa apparire come un documentario, è bene precisare che La classe è a tutti gli effetti un film di fiction. Sono partito con una sceneggiatura di un centinaio di pagine, abbastanza dettagliata che ho rielaborato nel momento delle riprese e che si ritrova soprattutto nel sottointreccio di Souleymane. Anche se lo stile suggerisce l’immediatezza della presa in diretta, il film in realtà segue una precisa progressione drammatica, una certa linearità che ho cercato di rendere, insieme ai miei collaboratori, nella maniera più precisa possibile. Se avessi realizzato un documentario su una classe scolastica avrei dovuto lasciarmi trasportare dagli eventi che sarebbero stati più dilatati e meno concatenati tra loro. Il mio è un film di fiction a tutti gli effetti, con attori che recitano una parte e una storia inventata da raccontare.

La scuola delle ideologie È vero. Il mio cinema è sociale. Nelle mie storie voglio raccontare i problemi di oggi, ciò che ci succede attorno. In Francia il dibattito sulla scuola è antico di decine di anni. È diventato ormai uno sport nazionale. Trovo che sia sempre stato molto ideologizzato, con risposte a problemi assolutamente prevedibili. Io invece volevo spazzare il campo da ogni forma di ideologia per fare emergere questioni ben più importanti, come quelle pedagogiche e quelle legate alla trasmissione dei saperi. Sono convinto che una classe possa essere una perfetta cassa di risonanza, un luogo attraversato dalle turbolenze del mondo, un microcosmo dentro il quale si realizzano, in maniera molto concreta, le questioni dell’eguaglianza e della disuguaglianza delle possibilità, del lavoro e del potere, dell’integrazione culturale e sociale, dell’esclusione.

Il ruolo di Bégaudeau e l’importanza del suo libro Non avrei potuto girare La classe senza François Bégaudeau. Dopo aver terminato il mio precedente film, Verso il sud, ho iniziato a lavorare ad una mia vecchia idea, quella di girare un film scolastico incentrato su un consiglio di disciplina (un collegio composto da docenti, rappresentanti esterni e genitori che decide se espellere o meno i ragazzi particolarmente indisciplinati, ndr) per me una “scatola nera” della scuola e dei suoi meccanismi sociali. Un giorno mi sono imbattuto nel libro di François Bégaudeau, “Entre les murs”, cronistoria di un anno scolastico raccontata da un vero prof. Quando l’ho letto mi sono accorto che si trattava di un vero oggetto letterario, non una semplice raccolta di appunti di un insegnante e ho avuto immediatamente la percezione che il suo testo aggiungeva due elementi essenziali al mio progetto: intanto infondeva una sorta di urgenza documentaria che mi mancava, un punto di vista interno e coinvolto sulla scuola che io non riuscivo a catturare quando iniziai, in quei mesi, ad assistere – come osservatore esterno – ad alcune lezioni in una scuola media parigina; in secondo luogo mi regalava il personaggio di François, un insegnante complesso che intratteneva un rapporto straordinariamente diretto e frontale con gli allievi.

Rapportarsi con il reale Noi volevamo che il filo narrativo del film non apparisse immediatamente e che i personaggi si disegnassero progressivamente senza che ci fosse una sorta di preparazione degli eventi. All’inizio La classe è solo la cronaca della vita di una classe, una comunità di 25 persone che non si sono scelte, ma che sono chiamate a frequentarsi e a lavorare tra quattro mura per tutto l’anno. Souleymane all’inizio era solo un allievo tra gli altri. Dopo un’ora di cronaca, la storia “prende” il suo spazio e solo retrospettivamente ci si rende conto che le dinamiche al cui interno si sviluppa erano già presenti. Con François e il mio co-sceneggiatore abbiamo costruito una sinossi iniziale, una colonna vertebrale del film destinata ad essere irrogata e modificata durante tutto l’anno di preparazione, secondo un dispositivo che avevo già sperimentato con Risorse umane. Si trattava di partire da una scuola media esistente (la Françoise Dolto del XX° arrondissement) e di creare poco per volta un processo di creazione spontanea del film, che ruotava attorno ai veri attori della vita scolastica. Per questo tutti gli attori del film appartengono realmente alla scuola media Françoise Dolto: i ragazzi, gli insegnanti, la pedagogista, il preside, i genitori. Tutti ad eccezione della madre di Souleymane, che aveva il ruolo più finzionale del racconto.

Laboratori ogni mercoledì Abbiamo iniziato a lavorare alla Dolto organizzando un atelier di cinema. All’inizio si sono iscritti cinquanta ragazzi dai 13 ai 15 anni. Ci trovavamo ogni mercoledì pomeriggio e si discuteva di cinema, ma anche delle situazioni che potevano essere messe in scena nel film. Poco per volta i ragazzi meno interessati al progetto hanno abbandonato il laboratorio e sono restati i venticinque più convinti, quelli che compongono la classe del film. Non ho fatto casting, non ho scartato nessuno, è stato un processo di selezione naturale e totalmente casuale. Non abbiamo scelto i ragazzi in base alla loro etnia, per avere rappresentanti di bianchi, cinesi, neri o maghrebini. La classe è interrazziale perché è il XX° è realmente un quartiere pieno di differenze sia sociali sia etniche.

Il metodo Il laboratorio di cinema è andato avanti tutto l’anno. Poi nel corso di giugno, luglio e agosto abbiamo realizzato le riprese. In pratica i ragazzi invece di andare in vacanza sono restati a scuola, lavorando circa tre ore al mattino e tre ore al pomeriggio. Lavoravamo così. Prima di qualsiasi ripresa io e François parlavamo separatamente con ogni ragazzo, raccontando ad ognuno di loro il senso complessivo della scena che avremmo girato. Discutevamo sui singoli ruoli, dicevamo loro come dovevano reagire a certe probabili affermazioni dei compagni, e quali battute erano indispensabili da recitare per dare consequenzialità al racconto. Poi iniziavamo a girare. La ripresa – in continuità – durava circa venti minuti ed era recitata con una gran dose di improvvisazione. Un’improvvisazione guidata, perché François sapeva cosa doveva succedere nella scena e, grazie alla sua esperienza, convogliava i dialoghi nella giusta direzione. Senza una sceneggiatura in mano i ragazzi potevano mettere nel film loro stessi, ed infatti recitano in maniera molto naturale, energica, spontanea. Quando inseriscono le battute da me suggerite lo fanno utilizzando il loro linguaggio, la loro parlantina, i loro sentimenti del momento. Al termine della prima prova, rifacevo il punto con gli attori e gli spiegavo quali aspetti della loro improvvisazione funzionavano e quali meno. La loro recitazione al secondo ciak era dunque più precisa grazie alle mie indicazioni. E continuavamo così fino a quando non trovavamo – in maniera naturale – la sintesi più giusta per realizzare ogni scena. Abbiamo girato alcune scene anche una decina di volte. I ragazzi si sono rivelati degli attori straordinari perché riuscivano a ripetere l’improvvisazione anche nei ciak successivi, senza perdere l’energia e il sentimento di autenticità ricreato in classe.

Tre videocamere per cogliere l’imprevisto Ho lavorato con tre videocamere digitali, una puntata sul professore, una sul personaggio che aveva la battuta, la terza che andava a cercare piccoli momenti di vita quotidiana, un ragazzo che mandava un sms, un altro che parlava in fondo alla classe e tutto quello che succede quando ci sono venticinque ragazzi in una stanza. Non mi interessava costruire il film (e imporre la recitazione) attorno a rigidi e classici campi e controcampi, la recitazione doveva essere fluida.

Intelligenze in atto Volevo rendere giustizia a tutto il lavoro che si fa nello spazio di una scuola. Durante le lezioni c’è sempre molta intelligenza che si mette in gioco, anche quando ci sono malintesi, litigi o sfide tra docenti e alunni. È questa intelligenza che noi abbiamo trovato ogni volta che abbiamo lanciato una scena. Nelle ripetizioni delle scene emergeva sempre un aspetto nuovo, introdotto dall’intelligenza dei ragazzi o dei professori. Erano proprio i momenti di deriva che mi interessavano e che il film difende. Pochissimi professori rischiano davanti ai loro studenti: il rischio è quello di sbandare, di fallire. È certamente più facile cercare di trasmettere questo o quel sapere, questa o quella parte del programma, piuttosto che mettersi in gioco da un punto di vista relazionale. Questo richiede sangue freddo, che molte persone forse rimproverano al personaggio di François, ma che molti altri certamente gli invidiano. C’è del Socrate in questo insegnante. Per questo motivo ho lasciato la sequenza in cui Esmeralda racconta di aver letto La repubblica di Platone anche se avevo paura che potesse apparire troppo didattico.

Una presa di posizione pedagogica In ogni caso, se si vuole leggere in La classe una presa di posizione pedagogica, io me l’assumo completamente. Quando il professore parla agli studenti come se parlasse a degli adulti questo potrebbe essere duro, più spesso spossante che premiante, ma è il solo modo di riconoscere un ruolo attivo a chi partecipa ai lavori di una classe. Lo stesso vale con l’utilizzo dell’ironia che è un modo per sollecitare negli adolescenti la facoltà di decodificare le cose. Questa voglia di combattere, sgomitare, che ha spesso François mi sembra molto rispettosa degli studenti, perché li considera come degli interlocutori con cui vale la pena confrontarsi. La sua pedagogia consiste nell’andare sempre a “cercare” gli studenti, anche se questo a volte fa male. Nondimeno questo metodo consente di andare anche là dove i ragionamenti degli allievi si arrestano un po’ troppo presto per risultare validi o accettabili in una discussione. Si può parlare di democrazia a scuola. Il contratto di eguaglianza tra professori e studenti si rompe nell’ultima parte del racconto, attorno alla questione del “consiglio di disciplina” che presuppone gerarchia e autorità. Ma non viene annullato del tutto. In questo il mio film mostra un’utopia in funzione. Non una veduta spirituale, non l’affermazione di come la scuola deve essere, ma la sperimentazione di quello che potrebbe essere. Ovviamente arriva un momento in cui l’utopia va a scontrarsi contro una macchina più grossa di lei, contro qualche cosa che la ricollega a quello che succede fuori dalle quattro mura della classe. Ciò non vieta che qualche cosa abbia avuto luogo al suo interno.

Offrire una chance Al di là delle letture e delle interpretazioni, il nostro film ha dimostrato una cosa. Ha dimostrato che è sbagliato descrivere gli adolescenti come persone stupide, ignoranti, distratte, violente, prevaricanti. I venticinque tredicenni che hanno recitato nel film hanno dimostrato una attenzione e una concentrazione incredibile, hanno lavorato con grandissima professionalità, hanno dimostrato di tenere alle cose e di saperle portare a termine imparando, imparando competenze e quali sono i propri limiti. Il segreto è dargli fiducia, offrire loro una chance per esprimersi.

Per approfondimenti su La classe:

http://www.entrelesmurs-lefilm.fr/

http://cutleblog.wordpress.com/

Presentazione Cineteca di Bologna