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di Marco Bellocchio

(Italia/Francia, 1972) 

Sinossi

Anno scolastico 1958 - 59. In un collegio tenuto da preti sopraggiunge Angelo Transeunti. Con la sua spiccata personalità e l’insolito carisma, il ragazzo rende possibile l’esplosione delle tensioni presenti nel convitto e tenute latenti per lungo tempo a causa dell’inettitudine degli studenti.

In un clima tra il falso paternalistico e la coercizione che tende a perpetuare un determinato e retrivo sistema di valori, senza contare il tipo di educazione didattica impartita, nozionistica e affrancata da qualunque tipo di pratica problematica, dopo una recita teatrale in cui allegoricamente si prendono di mira la morale cattolica e il potere incarnato dai sacerdoti, si origina la rivolta che dapprima riguarda soltanto i servi del convitto, costretti a lavorare in condizioni disagiate e sconvenienti.

A questa prima rivolta si affianca immediatamente il tentativo di rivoluzione degli studenti, ma la doppia natura dello spontaneo movimento (da una parte i borghesi, dall’altra i proletari) rende vano il tentativo. Permane soltanto, simbolicamente, un atto iconoclasta: Angelo Transeunti e Tino, uno dei servi, nelle vicinanze del collegio tagliano un albero sotto cui si riunivano fedeli convinti di vedere la Madonna.

Presentazione critica

«Tutta la Terra diventerà presto un immenso, pacifico, sistema di automi. [...] L’odio si può neutralizzare facilmente: occorrono dei capi decisi, lucidi, senza crisi di coscienza, che sappiano prevedere e controllare ogni parte del meccanismo. Tutto funzionerà alla perfezione». Con queste fredde parole Angelo Transeunti, cinico e risoluto esponente di una borghesia aggressiva, orientata verso l’annientamento dei deboli e degli inetti, espone subito dopo l’iconoclasta taglio dell’albero ‘dei miracoli’ (attraverso il quale si nega qualsiasi tentativo di illusione a scapito di una cultura soltanto scientifica, positivista e razionale) la sua personale idea di società futura, di un nuovo mondo ancorato a valori pragmatici e funzionali, meno assistenziali e paternalistici, più mirati al progresso assoluto, egoistici e superomistici. Angelo è il classico adolescente figlio degli individui responsabili dell’ultima guerra mondiale, un uomo-metafora per rappresentare le tendenze in atto nella ‘rivoluzione’ del Sessantotto, un ragazzo che ha sollecitato i nervi scoperti di una generazione di padri inetti e deboli, persi nelle loro false e nevrotiche certezze (si pensi ai due esempi forniti dal film: da una parte il padre dello stesso Angelo, incapace di punire il figlio dal quale riceve di rimando gli stessi colpi inferti; dall’altra, la madre di Franc, curiosa e psichicamente instabile, puerilmente desiderosa di far parte della realtà del figlio, ma uccisa, sintomaticamente, da quest’ultimo attraverso la rappresentazione dello specchio infranto su cui era riflessa l’immagine della donna).

Angelo è l’individuo dotato di carisma all’interno di un microcosmo metaforico formato da mediocri personaggi; egli rappresenta la molla che sommuove coscienze intorpidite dalla costante repressione e da un’educazione che fissa l’uomo in stereotipi comodi da controllare; egli è il simbolo di una futura classe dirigente pronta a mostrare il suo aspetto meno rassicurante e maggiormente minaccioso, per una specie di ideologia nietzschiana post-litteram suscettibile di sfociare in una nuova ondata di odio nazista; Angelo è, infine, il potere psicologico che riduce intere masse di intellettuali alla soggezione (si veda Franc, l’intellettuale del gruppo, soggiogato psicologicamente dal compagno). È normale che con questa base di caratterizzazione dei personaggi il motivo della repressione educativa sia soltanto un aspetto accessorio di un racconto che, con toni grotteschi e sovraccaricati da un punto di vista recitativo (che cos’è la recita scolastica messa in scena dagli allievi se non una sovradeterminazione rappresentativa che pesca un po’ da Goethe, un po’ da Manzoni, un po’ dal Grand Guignol, un po’ dall’operetta e un po’ dal Don Giovanni?), intende allegorizzare i conflitti in atto presenti in una società che ha superato traumaticamente il Sessantotto e si appresta ad entrare ancora più tempestosamente nel decennio successivo.

La società mostrata da Bellocchio (che si rifà ad una sua precisa fase autobiografica, ma che non intende assolutamente scollegarsi dall’attualità) è divisa essenzialmente in tre classi ben distinte: i preti rappresentano il potere e la conseguente educazione che tende a perpetuare l’ordine esistente con ogni mezzo (anche se in realtà, in molti dei suoi componenti, la collettività ecclesiastica si mostra incapace e mediocre almeno quanto la generazione dei padri); i servi sono l’immagine dei sottomessi e sfruttati, di quel Lumperproletariat di marxiana memoria che acquisisce coscienza di classe soltanto per brevi attimi senza mai giungere ad un sovvertimento delle gerarchie esistenti; i convittori, infine, sono il simbolo evidente di una borghesia rampante, piena di personalità e abile nel generare proseliti, ma inevitabilmente divisa conflittualmente al suo interno dalle diverse anime ideologiche presenti, e quindi impotente, pavida, incapace di porsi concretamente nei confronti dell’azione. L’adolescenza diventa quindi l’allegoria di una rivoluzione possibile, auspicabile, ma impossibile da attuare per gli squilibri insiti nella natura stessa della società: e quello che si produce è un’inerzia languida e scorata, accidiosa, che non riesce ad andare oltre il puro atto dimostrativo (il già citato taglio dell’albero), perfetta immagine di un’impotenza che si rende istituzionale, integrata nel sistema.

Giampiero Frasca

 

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