Ricerca per parola chiave

di Ettore Scola

(Italia, 2001)

Sinossi

Roma, 1938. Il milanese Umberto Melchiorre è proprietario di una sartoria. È sposato, ha un fratello che è insegnante in un liceo e due figli, Paolo, universitario, e Lele che va alle elementari. Accanto al suo negozio c’è la merceria di Leone Della Rocca, romano di origine ebraica, anch’egli con una bella moglie, una figlia universitaria (Susanna) e un figlio più piccolo, Pietruccio, coetaneo di Lele. Vivendo gomito a gomito e gestendo un’attività commerciale affine, Umberto e Leone sono in aspra concorrenza: il primo cerca di mantenere la propria ricca clientela abituata alla tradizione e agli abiti su misura, mentre il secondo, attraverso una politica commerciale più spregiudicata e vestiti più economici, cerca di sottrargli più acquirenti possibile. Nonostante i continui dispetti che i capi famiglia si riservano l’un l’altro, tra gli altri componenti c’è una stretta amicizia: i due figli maggiori vivono una piccola liaison sentimentale, Lele e Pietruccio sono compagni di classe e fedeli amici. Un giorno però, dopo l’ennesima lite, Umberto si lascia scappare un insulto razzista nei confronti di Leone.

Tra i due scende il gelo. Anche la situazione politica cambia radicalmente nel volgere di poche settimane quando il governo fascista, imitando quello hitleriano, promulga le leggi razziali contro gli ebrei. La famiglia di Leone è costretta a subire una serie di discriminazioni sempre più gravi: il negozio viene preso a sassate da sconosciuti, sono costretti a restituire le radio e i mangiadischi, a licenziare le cameriere ariane, a togliere i figli dalle scuole statali. Umberto apre finalmente gli occhi e si accorge dell’umanità del rivale e dell’assurdità di tali leggi. Così, quando Leone si ammala, Umberto lo va a trovare per sincerarsi delle sue condizioni. Ma i giorni passano, le discriminazioni si sommano, fin quando i Della Rocca sono costretti a chiudere il negozio e ad andarsene. La famiglia di Umberto assiste impotente all’addio dei loro vicini e amici.

Introduzione al Film

Il risveglio dell’uomo qualunque

Umberto è “l’uomo qualunque”, uno dei tanti italiani che nel ventennio fascista non ha aderito con passione e convinzione alla politica di Mussolini, ma non si è nemmeno mai opposto ad essa, interessato più agli affari della propria bottega che al destino dell’Italia, attento a non apparire sconveniente o troppo anticonformista di fronte all’establishment fascista che frequenta il suo negozio. Non è soltanto un personaggio lontano dalla politica, ma è anche inetto (almeno inizialmente), incapace di sostenere le proprie teorie. Egli è affetto – come suggerisce la moglie – del cosiddetto “esprit de l’escalier” che colpisce chi trova le giuste parole per ribattere gli argomenti dei propri interlocutori quando ormai ha abbandonato quella situazione ed è già “per le scale”, di ritorno a casa. Avere la battuta giusta quando è troppo tardi è come non averla, è come non possedere una propria idea sulle cose. Così, pur di prendere posizione, Umberto finisce per rivolgere un insulto razzista a Leone, un’accusa sproporzionata rispetto alle colpe del commerciante.

È in quel momento che l’uomo si rende conto di essere un portavoce incosciente della dottrina del regime, un inconsapevole fiancheggiatore di essa e non – come pensava – una persona estranea alle dinamiche politiche. Attorno a Umberto, il regista Ettore Scola costruisce una Roma normale, quotidiana, banale, racchiusa in una sola strada all’interno della quale si svolge ogni piccolo e insignificante avvenimento del film. La scelta di ancorare il racconto ad una sola location, per di più visibilmente ricostruita a Cinecittà, serve per dare all’ambientazione un carattere dichiaratamente fittizio, per evitare, di conseguenza, paragoni con la realtà storica del periodo – più dura di quella rappresentata – e concentrarsi su una microsocietà da bozzetto, nella quale i personaggi non sono altro che maschere, proiezioni macchiettistiche delle diverse “Italiette” che convivevano nel ventennio fascista. Ne scaturisce un panorama dell’Italia del 1938 allo stesso tempo ironico, indulgente e amaro: c’è il professore antifascista, incapace di opporsi al regime, l’omino stupido che trova nel partito fascista l’unico luogo dove sentirsi importante (il cognato di Umberto), il pazzo che riesce a strappare qualche sorriso anche in una situazione drammatica (Ignazietto), la donnina che segue la moda e le riviste patinate (la commessa della sartoria), il vecchio ebreo ingenuamente convinto di poter sfuggire ai campi di concentramento.

La spiccata bidimensionalità dei personaggi di contorno rende il processo di consapevolezza antifascista di Umberto (e dei suoi famigliari) ancora più marcato: il regime fascista ha raggiunto con le leggi razziali un tale grado di ingiustizia e disumanità che anche l’uomo medio – colui che racchiude in sé i vizi e le (poche) virtù italiche – è costretto ad avvedersi del carattere tirannico della dittatura di Mussolini iniziando a privarla delle basi di consenso, sfociando, durante la guerra, nella lotta partigiana e in una generalizzata opposizione al regime. Umberto, in altre parole, è l’“Italietta” che si risveglia, ma che non sa ancora come ribellarsi, che inizia a comprendere che anche i gesti quotidiani (una visita ad un amico malato, il rifiuto di denunciare un rivale solo perché ebreo, il coraggio di aprire bocca e dire ciò che si pensa), possono essere importanti ai fini della costruzione di un paese più giusto.

Il ruolo del minore e la sua rappresentazione

Tra nostalgia, leggerezza e identificazione: il ruolo di Lele.

Lele e Pietruccio sono figure secondarie del film, calcano la scena da protagonisti in poche sequenze: quella dei compiti a casa, quella della farmacista, quella dell’orologiaio ebreo che racconta la sua personale (e drammaticamente errata) visione dell’Italia mussoliniana, quella della parata fascista. In realtà, il loro ruolo – e in particolare quello di Lele – è centrale nell’economia filmica sia dal punto di vista narrativo che da quello tematico. I diversi capitoli del film sono introdotti, infatti, dai disegni illustrati di Lele, sorta di quadretti che mettono in ridicolo le caratteristiche dei “grandi”, sottolineandone l’aspetto caricaturale; inoltre, spesso, la sua voce di commento fa da raccordo tra i vari eventi del film e ne spiega antefatti o circostanze. La decisione di sviluppare la trama dal punto di vista di un ragazzino ha, per Scola, una duplice finalità: da una parte spoglia il racconto di qualsiasi prospettiva ideologica, evitando che si trasformi in un’opera militante (lo sguardo di un bambino dovrebbe, infatti, essere equilibrato e risultare, al contrario di quello degli adulti, lontano dalle ideologie), dall’altra le dona il tono della leggerezza necessario per sorreggere un film basato su tanti piccoli avvenimenti quotidiani, apparentemente privi di significato storico.

Senza dimenticare il carattere nostalgico e inevitabilmente autobiografico delle loro buffe azioni. Scola, classe 1931, aveva nel ‘38 più o meno la stessa età di Lele e Pietro e probabilmente spiava, come loro, le gambe della farmacista o le baruffe dei suoi genitori. La tenerezza riservata alle scene di Pietro e Lele nasce da un certo rimpianto per le piccole cose che non esistono più. Pur non volendo rappresentare fedelmente la condizione dei bambini negli anni del fascismo, Concorrenza sleale si sofferma con precisione sul sentimento di incredulità che essi dovevano provare in quel determinato periodo storico. Alla naturale propensione alle domande, alla curiosità, alla voglia di sapere tipica dei bambini corrisponde un’incapacità da parte dei grandi di dare delle risposte logiche alla barbarie fascista. A differenza di La vita è bella di Roberto Benigni dove il protagonista si ostinava a trovare delle risposte (fantastiche, bugiarde, ma comunque risposte) agli interrogativi del figlio, qui le domande di Pietruccio sul perché vengano requisite le radio e quelle di Lele sul perché il compagno venga espulso da scuola non trovano repliche convincenti.

In questo sguardo ingenuo sul mondo e nell’impossibilità di ricevere risposte dagli altri risiede lo stretto rapporto di similitudine che si crea tra la figura di Lele e quella di Umberto. In altre parole, il padre, come suo figlio, si scopre ignorante di fronte a eventi più grandi di lui. E come capita a quei bambini che non hanno ancora maturato una visione equilibrata delle cose, anche per Umberto non esistono risposte e non esistono reazioni da innescare per cambiare qualcosa. Lo conferma l’ultima riuscita sequenza del film: le due famiglie in silenzio si salutano in un misto di stupore, rassegnazione, disappunto, i Della Rocca si allontanano senza conoscere il loro destino, Umberto e i suoi familiari li guardano andare via senza poter fare nulla. Lo scambio di sguardi tra i personaggi è come quello ansioso dei ragazzi quando assistono ad un addio inspiegabile. Ma è inutile cercare una risposta negli occhi dell’altro, quando questa risposta non c’è.

Riferimenti ad altre pellicole e spunti didattici

Concorrenza sleale si inserisce nel ricco filone di film (italiani e non) dedicati alla Shoah, al nazifascismo, alla seconda guerra mondiale. La sua diversità (e il conseguente interesse) rispetto agli altri titoli risiede da una parte nel suo fermarsi al 1938, ovvero ad un passo dalla guerra e dalle deportazioni, dall’altra nell’attenta e precisa ricostruzione della società italiana del periodo. Gli oggetti, le automobili, i giornali, le vecchie professioni che non esistono più, le abitudini ormai dimenticate (il bicchiere di vino al bar, l’opera sentita alla radio) raccontano, forse più dell’intreccio stesso, il modo di vivere degli italiani.

Questionari, approfondimenti, testimonianze, lezioni possono nascere a partire dalla ricostruzione storico-scenografica della pellicola. Difficile trovare esempi analoghi nella cinematografia italiana che si occupa di infanzia e adolescenza. Una stessa attenzione al dettaglio del quotidiano – ma in una realtà decisamente diversa e con protagonisti adulti – si trova ne Il pianista di Roman Polanski, dove si racconta (nella prima parte del film) la vita di una famiglia nel ghetto di Varsavia. Per capire la condizione dei bambini in epoca fascista si può visionare I bambini ci guardano di De Sica o, in chiave caricaturale e fantastica, Amarcord di Federico Fellini. A tale proposito, si può fare un confronto sul diverso modo di raffigurare i personaggi scelto da Scola e da Fellini.

Marco Dalla Gassa

 

E' possibile ricercare i film attraverso il Catalogo unico del Centro nazionale, digitando il titolo del film nel campo di ricerca. Le schede catalografiche, oltre alla presentazione critica collegata con link multimediale, contengono il cast&credits e una sinossi. Tutti i film in catalogo possono essere richiesti in prestito alla Biblioteca Innocenti Library - Alfredo Carlo Moro (nel rispetto della normativa vigente).