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di Joseph Losey

(USA, 1948)

Sinossi

In un commissariato di polizia, Piero, un ragazzino con i capelli tagliati a zero scappato di casa, si rifiuta di parlare. L’arrivo del dottor Evans, abile psicologo infantile, porta il piccolo protagonista a raccontare tutta la sua storia. Costretto, a causa della partenza per l’Inghilterra dei suoi genitori durante la seconda guerra mondiale, a passare di parente in parente il protagonista arriva da uno stravagante amico del padre che si fa chiamare “nonno”. Appresa la notizia della morte di entrambi i genitori del ragazzo sotto i bombardamenti a Londra, il nonno accetta di occuparsi di Piero e dimostra spiccate attitudini all’educazione. I due vanno d’amore e d’accordo e Piero non tarda a farsi nuove amicizie nella nuova scuola e a farsi benvolere dagli abitanti della piccola comunità. Quando però scopre casualmente la verità sulla sorte dei suoi genitori viene etichettato come “orfano di guerra” e comincia a sentirsi un diverso.

La mattina dopo si sveglia addirittura con i capelli verdi, fenomeno inspiegabile ma innocuo che viene malvisto in paese. La paura del contagio e la diffidenza nei confronti di questa evidente diversità si diffondono nella comunità costringendo il nonno a convincere Piero ad un radicale taglio di capelli. Piero vive questo evento come una sconfitta personale, era infatti convinto che i suoi capelli fossero un messaggio di pace da diffondere, e, profondamente deluso dal comportamento del nonno, decide di scappare di casa. Il dottor Evans convince Piero che non c’è bisogno di avere i capelli verdi per diffondere le proprie convinzioni e il ragazzo torna a casa con il nonno finalmente riconciliato.

Introduzione al Film

La favola e la vita

Esordio alla regia di un autore prolifico e complesso, poco meno di trenta film in una carriera quarantennale, Il ragazzo dai capelli verdi contiene molti dei temi e dei tratti stilistici che caratterizzeranno la filmografia di Joseph Losey. Girato con pochissimi mezzi e in tempi piuttosto ristretti, il film si presenta come una favola moralistica sul devastante conflitto mondiale appena conclusosi, oltre che un originale approccio al tema della diversità e dell’intolleranza. Se il tono è leggero nella recitazione degli attori, in particolare l’interpretazione surreale di Pat O’Brien, con un piede ben piantato nel realismo ed un altro affondato nel musical, risultano evidenti i forti riferimenti all’attualità e la decisa presa di posizione politica del film. Mentre l’Italia distrutta dai bombardamenti viveva la stagione straordinaria del neorealismo, Hollywood affrontava temi simili con l’approccio spettacolare e favolistico che da sempre caratterizzano la “fabbrica dei sogni”. Eppure è evidente come, a discapito delle canzoncine spensierate con cui il film di Losey si conclude, la materia de Il ragazzo dai capelli verdi sia estremamente complessa e sfaccettata.

Lo stesso impegno politico, la stessa strisciante e feroce critica sociale che porteranno Losey ad essere accusato di attività “anti-americane” dal senatore McCarthy e ad eleggere l’Inghilterra come seconda patria, attivando in particolare una fruttuosa collaborazione con il grande sceneggiatore Harold Pinter. Al di là del commovente e un po’ scontato riferimento agli orfani di guerra di tutto il mondo, nella sequenza in cui la palestra della scuola viene letteralmente tappezzata da volti di bambini malnutriti e malvestiti, il film è percorso da una ferma presa di posizione contro l’atteggiamento xenofobo della tranquilla società americana. La paura del diverso e l’estremo attaccamento alla tranquillità della comunità di appartenenza diventano, nello sguardo del regista, valori distorti e fonti di profonde ingiustizie sociali. In quest’ottica anche l’immagine dell’innocenza, l’infanzia, diventa spietata carnefice di se stessa, vittima comunque di un sistema e della paura che gli adulti trasmettono continuamente. Persino il personaggio del nonno, esempio inattaccabile di rettitudine morale e di efficacia educativa, è costretto ad abdicare in favore di un “bene comune” che sconfina nell’egoismo e nell’opportunismo più becero.

Le canzoncine del musical mostrano tutta la loro inadeguatezza e sciocchezza nell’incontro-scontro con i problemi reali, in una velata ma precisa autocritica a tutto il sistema produttivo hollywoodiano. La versione restaurata del film, pur non riuscendo a recuperare un doppiaggio italiano estremamente deteriorato, punta moltissimo sull’esasperazione del technicolor, così da rendere eccessivo il contrasto dei colori ed evidente la presenza del verde. Nonostante l’intento non propriamente filologico, il risultato è una qualità dell’immagine estremamente moderna per temi che, purtroppo, non rischiano di invecchiare.

Il ruolo del minore e la sua rappresentazione

Canta che ti passa

Piero, il protagonista del film, ha dieci anni e dopo un’infanzia felice accanto ai genitori si trova ad essere sballottato da una famiglia all’altra tra le sue innumerevoli zie. Questa situazione ha indurito il suo carattere rendendolo molto diffidente nei confronti degli adulti e poco affettuoso. Il suo incontro con il “nonno”, un anziano signore amico del padre, dopo un’iniziale prudenza si trasforma subito in un rapporto di grande affetto e di perfetta intesa. Il nonno sa come trattare con Piero e come guadagnare la sua stima, si guarda bene da imporgli schemi precostituiti e regole ferree, assecondando anche le sue paure e cercando di aiutarlo a superarle. Piero, per la prima volta dopo anni di provvisorietà si sente a casa e il suo atteggiamento aperto lo porta a fare amicizia con molta facilità. L’atteggiamento positivo del nonno, in grado di gestire con il buon umore e con il sorriso anche le più banali o ripetitive mansioni quotidiane come il lavoro, fa il cameriere-cantante in un piccolo locale, portano Piero ad un atteggiamento estremamente positivo nei confronti della vita.

Il nonno è pieno di sorprese e cerca sempre di trasformare la quotidianità del ragazzo nella continua scoperta della magia della vita. L’impatto con la notizia della morte di entrambi i genitori a causa di un bombardamento getta però Piero nello sconforto: da un lato si sente abbandonato e pensa che la madre e il padre gli abbiano preferito i bambini dell’ospedale per cui lavoravano, dall’altro percepisce tutto a un tratto la sua diversità nei confronti dei compagni di scuola e di gioco. Se non riesce più ad identificarsi con i suoi coetanei del paese, stenta anche a vedere se stesso nei manifesti degli orfani di guerra che, appesi a scuola, vorrebbero sensibilizzare tutti a raccogliere fondi; inoltre l’incontro concreto con la morte lo gettano nel panico portandolo a credere che il mondo stia per essere distrutto e che il rischio sia imminente. Il suo bisogno di identificazione lo porta a sviluppare una reazione psicosomatica, veicolata dal film in modo surreale e fiabesco. Quando si sveglia con i capelli verdi la sua reazione è più divertita che spaventata e la prima cosa che gli viene da pensare è che si tratti di un’ennesima sorpresa del nonno. Il suo entusiasmo però svanisce a contatto con la diffidenza del mondo esterno che vede qualcosa di malato e inquietante nello strano colore dei suoi capelli.

Mentre la paura si diffonde e monta trasformandosi in intolleranza, Piero si vede sempre più isolato e, in un primo tentativo di fuga, sogna di incontrare i piccoli orfani dei manifesti che lo invitano a non sprecare la sua peculiarità e a trasformarla in un messaggio al mondo. Piero accetta orgogliosamente la sua missione ma ormai la situazione in paese è insostenibile. Sono proprio i suoi compagni di scuola che cercano di tagliargli i capelli con la forza e che convincono il nonno dell’inevitabilità della scelta. Piero deve dunque rinunciare ad essere un simbolo e sente di rinunciare alla propria identità. Deluso persino dal nonno tenta una nuova fuga e viene recuperato dalla polizia. Il dialogo finale con il dottor Evans, dai toni vagamente reazionari, gli fa invece capire di poter essere comunque un veicolo di messaggi positivi e Piero, pur non rinunciando alla speranza di veder rispuntare sulla sua testa i capelli verdi, accetta di vivere il messaggio di pace con il buon umore e l’allegria che il nonno gli ha insegnato. La rappresentazione del protagonista è piuttosto schematica ma si presta, come la vicenda, ad approfondimenti piuttosto importanti. Il tono e lo stile del racconto risentono inevitabilmente degli anni trascorsi ma non perdono l’efficacia ed un certo tono surreale piuttosto moderno.

Riferimenti ad altre pellicole e spunti didattici

Per il linguaggio utilizzato la visione de Il ragazzo dai capelli verdi è adatta per i bambini delle scuole elementari e per i ragazzi delle scuole medie inferiori che possono meglio immedesimarsi nel protagonista. I temi trattati si prestano a diversi livelli di approfondimento, ma possono proporre con più immediatezza una riflessione sulla diversità e sui danni causati dalle guerre.

Per un maggiore approfondimento di questi temi si consiglia inoltre la visione di Sciuscià (Italia, 1946) di Vittorio De Sica e Germania anno zero (Italia, 1948) di Roberto Rossellini che fotografano la situazione bellica e post-bellica dalla parte dei bambini vittime del conflitto e I quattrocento colpi (Francia, 1959) di Francois Truffaut sulla figura di un ragazzo fuori dagli schemi e in lotta con il mondo.

Ludovico Bonora

E' possibile ricercare i film attraverso il Catalogo unico del Centro nazionale, digitando il titolo del film nel campo di ricerca. Le schede catalografiche, oltre alla presentazione critica collegata con link multimediale, contengono il cast&credits e una sinossi. Tutti i film in catalogo possono essere richiesti in prestito alla Biblioteca Innocenti Library - Alfredo Carlo Moro (nel rispetto della normativa vigente).