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In molti Paesi diminuisce il numero di bambine e ragazze vittime di mutilazioni genitali femminili (mgf), anche se il fenomeno continua a essere diffuso e milioni di giovani donne rischiano ancora di subire questa pratica cruenta, che ha conseguenze gravissime sulla loro salute fisica e psichica. È quanto emerge dal rapporto dell'Unicef Female Genital Mutilation/Cutting: A statistical overview and exploration of the dynamics of change, elaborato sulla base di studi condotti negli ultimi vent'anni in 29 Paesi tra l'Africa e il Medio Oriente, nei quali si continuano a praticare le mutilazioni genitali femminili.

Il rapporto, lanciato il 22 luglio scorso, evidenzia che rispetto a 30 anni fa le bambine hanno meno probabilità di essere sottoposte a mutilazioni e che il sostegno alla pratica è in declino, anche nei Paesi dove è ancora largamente diffusa, come l'Egitto e il Sudan. In Kenya e in Tanzania, ad esempio, le ragazze tra i 15 e i 19 anni hanno tre probabilità in meno di essere mutilate rispetto alla generazione di donne che oggi ha tra 45 e 49 anni. L'incidenza del fenomeno, inoltre, è scesa di ben quasi la metà tra le adolescenti in Benin, Repubblica Centrafricana, Iraq, Liberia e Nigeria.

Ciononostante le mgf continuano a essere molto diffuse, soprattutto in alcuni Paesi. I dati rivelano, infatti, che le bambine e le donne sottoposte a mutilazioni sono più di 125 milioni (una su cinque vive in Egitto). Oltre al Sudan e all'Egitto, anche la Somalia, la Guinea e il Gibuti registrano un'alta percentuale di bambine e ragazze colpite dal fenomeno. Non emerge alcun calo significativo in Paesi come il Ciad, il Gambia, il Mali, il Senegal e lo Yemen. Se le mgf non verranno contrastate con un impegno maggiore, nei prossimi dieci anni 30 milioni di bambine rischieranno di essere sottoposte a mutilazioni.

Non di rado si tratta di bambine molto piccole: nella metà dei 29 Paesi la maggior parte di loro è stata sottoposta a questa pratica prima dei 5 anni; negli altri Paesi, tra i 5 e i 14 anni.

Il rapporto mette in luce «il divario tra le opinioni personali dei singoli individui e il comune senso di obbligo sociale che perpetua questa pratica, aggravato dalla mancanza di un confronto aperto su un tema così delicato» e sottolinea «l'importanza del dialogo come metodo per combattere la falsa convinzione che “gli altri” appoggino la pratica delle mutilazioni e che si possa rimanere soli in una battaglia non condivisa».

Un altro dato importante che emerge dallo studio è il ruolo fondamentale dell'istruzione nel favorire i cambiamenti sociali: più le madri sono istruite, minori sono i rischi che le loro figlie vengano mutilate e più le ragazze frequentano la scuola, più facilmente possono confrontarsi con altre persone che rifiutano di subire mutilazioni genitali.

La versione integrale del rapporto (in inglese) è scaricabile dal sito dell'Unicef. (bg)