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Io rom romantica è il primo lungometraggio della giovane cineasta rom Laura Halilovic, presentato in anteprima a luglio al Giffoni film festival. Una favola semiautobiografica, che attraverso le vicende della protagonista Gioia, diciottenne rom che vive nella periferia di Torino e aspira a diventare regista sfidando il padre autoritario che vorrebbe vederla sposata, affronta temi importanti, come quello dei pregiudizi verso le altre culture.

Con il film, prodotto dalla Wildside con il contributo di Rai Cinema e il supporto dell'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, Laura racconta, in sostanza, la sua storia: nata in Italia, in un campo rom della periferia di Torino, la regista ha avuto la forza e il coraggio di perseguire le proprie aspirazioni e i propri sogni, superando le barriere sociali e culturali.
Il lungometraggio ha suscitato molto interesse e sicuramente offre un punto di vista che raramente si ha la possibilità di ascoltare: la realtà rom raccontata da chi la vive.

Halilovic, autrice del pluripremiato documentario Io, la mia famiglia Rom e Woody Allen, nel 2009 è stata co-curatrice di Rom città aperta, programma speciale realizzato su iniziativa del Centro nazionale di documentazione e analisi per l'infanzia e l'adolescenza all'interno della decima edizione del Sottodiciotto Filmfestival, che testimonia l'attenzione e l'interesse dedicato dal Centro nazionale ai temi della cultura rom. Attenzione e interesse che sono in costante crescita nel nostro Paese, come dimostrano tante iniziative organizzate da associazioni e istituzioni. Per la parte istituzionale ne è un esempio il Progetto nazionale per l'inclusione e l'integrazione dei bambini rom, sinti e caminanti - promosso dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali con la collaborazione del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca e la partecipazione dell'Istituto degli Innocenti di Firenze –, a cui è dedicata una sezione di questo sito.

A Laura Halilovic abbiamo rivolto qualche domanda sul film Io rom romantica.

Com'è nata la sua passione per il cinema?

La mia passione per il cinema è nata quando avevo 8 anni e ho visto il film Manhattan di Woody Allen. Da quel momento ho cominciato a guardare di più la televisione e a vedere molti film.

Il film è il racconto autobiografico di un cambiamento importante, di una svolta decisiva nella direzione dell'autorealizzazione e del perseguimento dei propri sogni. Com'è stato possibile, per lei, questo cambiamento?

Grazie a tanta determinazione e tanto coraggio nell'affrontare tutti. Le ragazze rom che lavorano ci sono, ma le ragazze rom che fanno questo tipo di mestiere vengono viste male, perché nessuna lo ha mai fatto. Io sono l'unico caso uscito dalle regole. Quando avevo 14 anni ho iniziato a scrivere una piccola sceneggiatura e poi ho conosciuto due registi torinesi: da lì è nato tutto. Con il corto Illusione, che ho presentato al Sottodiciotto Filmfestival, ho vinto il concorso nazionale prodotti under 18 extrascuola del festival. Non ho avuto la possibilità di frequentare delle scuole di cinema e quello che so l'ho imparato sul campo, facendo l'assistente alla regia.

Io rom romantica affronta un tema molto delicato, quello dei matrimoni precoci. Un fenomeno che riguarda ancora molte bambine e ragazze, non solo rom, ma anche di altre culture, in tutto il mondo.

Non ho mai visto bene i matrimoni precoci. A 14 anni sei una bambina e devi fare quello che fanno tutte le altre bambine, come frequentare la scuola o realizzare i piccoli sogni che si hanno a quell'età. D'altra parte tengo a precisare che nella nostra cultura le ragazze non sono obbligate a sposarsi: viene chiesto loro se vogliono farlo. Ho letto su molti giornali che le ragazze rom vengono costrette a sposarsi, ma questo non è vero. Adesso, poi, le cose stanno cambiando e i genitori cominciano ad avere una mentalità più aperta.

Un altro tema centrale del film è quello degli stereotipi e dei pregiudizi verso le altre culture, diffusi sia tra i non rom che tra i rom. Cosa pensa a riguardo?

Ci vuole tempo per combattere i pregiudizi. È un processo lento e difficile. La popolazione rom vuole integrarsi ma spesso non viene accettata dai non rom. Da una parte è meglio così perché vuol dire che si continua a parlare della nostra cultura; le persone cominciano a conoscerci meglio e a capire chi siamo.

Il film parla anche dell'amicizia fra due ragazze di culture diverse. Qual è, secondo lei, il ruolo della scuola e dell'educazione nell'integrazione e nel dialogo tra il mondo rom e le altre culture?

La scuola è importante. Occorre che tutti i bambini stiano insieme. Sarebbe utile far conoscere la cultura rom nelle scuole, prevedendo la presenza di una maestra rom.

La nonna è una figura importante nel film, tramite la quale si introduce il tema della questione abitativa.

I rom amano vivere liberi e non riescono a stare chiusi in una casa. Vengono fatti sgomberi inutilmente, i rom vengono mandati via e non sanno più dove andare. Così si provoca tanta sofferenza. Vorrei vedere un italiano in situazioni come queste. Si dovrebbero trovare soluzioni diverse e anche luoghi più vicini alle città.

Qual è il messaggio che ha voluto dare con questo film, in particolare alle nuove generazioni?

Mi trovo a contatto con molti ragazzi e ho lavorato in molte scuole, dove ho proiettato il mio lungometraggio. Il messaggio che ho voluto dare con il film purtroppo non è arrivato, nessuno ha capito quello che volevo dire. Ai ragazzi rom ho voluto dire di non autocompatirsi, non chiudersi in se stessi e affrontare gli altri, mentre agli italiani di vederci con un'altra prospettiva.

Quale consiglio darebbe a un coetaneo che ha un sogno nel cassetto?

Essere orgoglioso di quello che è, non cambiare mai per piacere agli altri, avere il coraggio di portare avanti il proprio sogno e combattere contro tutto per essere felice.

(Barbara Guastella)