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Il sistema dei servizi educativi per l'infanzia cresce in misura consistente nella sua dimensione, passando da 234.703 posti al 31.12.2008 a 299.503 al 31.12.2013, per una percentuale di copertura che sale dal 14,8 per cento al 21 per cento. I posti nei nidi crescono da 210.541 a 273.294, mentre i servizi integrativi sono protagonisti di uno sviluppo più contenuto (i posti nelle unità di offerta di servizi educativi integrativi passano da 24.162 a 26.209). Sono alcuni dati del nuovo Rapporto di monitoraggio del Piano di sviluppo dei servizi socio-educativi per la prima infanzia, presentato il 17 dicembre scorso a Roma.

Il rapporto, realizzato da un gruppo di esperti costituito a cura dell'Istituto degli Innocenti di Firenze, nell'ambito dei programmi del Centro nazionale definiti da parte del Dipartimento per le politiche della famiglia d'intesa con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, restituisce una fotografia sullo sviluppo dei servizi educativi per la prima infanzia aggiornata al 31 dicembre 2013 e propone alcuni contributi di approfondimento sulle prospettive di riforma, sulla qualità dei servizi e altri aspetti.

Per avere un quadro delle principali evidenze messe in luce dall'indagine abbiamo rivolto qualche domanda ad Aldo Fortunati, direttore dell'area educativa dell'Istituto degli Innocenti.

Quali sono i dati più rilevanti che emergono dal rapporto?

Non ci sono dati di grande rilievo rispetto a quelli che abbiamo letto l'anno scorso. Questo vuol dire anche che alcuni elementi di criticità che abbiamo visto l'anno scorso non si sono attenuati, ma si sono confermati. Il primo è il seguente: negli ultimi cinque anni e quindi nella fase concomitante all'attuazione del Piano straordinario di sviluppo dei servizi (che decorre dal 2007 e sta completando i suoi effetti) si sono sviluppati servizi con un incremento di circa 70 mila posti – soprattutto per quanto riguarda la tipologia del nido -, ma a questo scenario non ha corrisposto una migliore distribuzione dei servizi sul territorio. Quindi la distanza tra regioni avanzate e regioni meno evolute nel sistema dei servizi educativi è un dato che ritroviamo anche nel nuovo rapporto. Il secondo è questo: si conferma una flessione nelle potenzialità ricettive del sistema pubblico dell'offerta, costituito dai nidi e dai servizi integrativi comunali o privati convenzionati con i comuni, che riguarda sia il livello di spesa dei comuni sia il livello di quantità di bambini accolti nei servizi pubblici. Il terzo dato caratteristico del rapporto è un indicatore in crescita, cioè quello degli accessi anticipati dei bambini nelle scuole dell'infanzia, che passa da 5,2 a 5,5. Il dato è stabile nel Centro-Nord e in crescita nel Mezzogiorno. Ciò apparentemente riequilibra i livelli di diffusione delle opportunità sul territorio, ma in realtà non rassicura, perché questa modalità di accoglienza quasi sempre non considera gli standard e le esigenze specifiche dei bambini piccoli e non rappresenta, quindi, una risposta di qualità.

Le differenze territoriali tra le regioni sono aumentate nel 2013?

Il divario tra le regioni è sostanzialmente stabile, nonostante il Mezzogiorno sia stato stato e continui ad essere oggetto di provvedimenti incentivanti specifici diversi rispetto a quelli che riguardano tutte le altre regioni. Come mai il Mezzogiorno continua a stare fermo, nonostante sia destinatario di risorse incentivanti in una misura maggiore rispetto alle altre regioni? Si pensi a questo proposito che il Piano di Assistenza e Coesione ha destinato 400 milioni a quattro regioni (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia), e che tutto il finanziamento del Piano straordinario nazionale dal 2007 ad oggi è stato un po' meno del doppio di 400 milioni. Quindi queste quattro regioni sono destinatarie di una quantità di risorse estremamente rilevante e maggiore di quella ricevuta dalle altre regioni. Tuttavia non abbiamo indicatori che si spostano e peraltro le regioni citate sono quelle in cui il numero dei bambini accolti come anticipatari nelle scuole dell'infanzia è maggiore del numero di bambini accolti nei nidi. Sul fronte dell'offerta il Mezzogiorno non ha costituito quel sistema di riferimento a livello politico-amministrativo e tecnico utile per sviluppare i servizi: ciò impedisce di realizzare servizi, nonostante le risorse ci siano, perché non si tratta solo di un problema di risorse, ma anche di cultura politica e competenza tecnica. L'altro problema è sul fronte della domanda: non c'è alcuna motivazione da parte di una famiglia, che non ha una cultura della qualità educativa, ad iscrivere i figli a un nido comunale, dove paga una retta di almeno 100-150 euro, piuttosto che a una scuola dell'infanzia, dove non paga nulla o paga pochissimo. Questi due fattori si combinano in un cocktail molto negativo.

Nel rapporto si parla del calo demografico e del peso della crisi economica: come e quanto incidono questi due fattori sul quadro dell'offerta dei servizi educativi per l'infanzia?

Il calo demografico in modo bizzarro incide in maniera favorevole, perché alza gli indicatori di copertura, ma naturalmente non bisogna leggere i dati in questo modo. Il calo demografico è un dramma consolidato nell'esperienza italiana, più rilevante rispetto agli altri Paesi, nei quali è un fenomeno che non transita per decenni in maniera stabile, come nel nostro caso. È impensabile concepire il calo demografico come una giustificazione dell'inerzia della politica nello sviluppare servizi educativi per l'infanzia: la mancanza di questi servizi è uno dei fattori che rende più difficile il progetto di genitorialità di una coppia adulta. La crisi economica - un fattore che incide negativamente, non solo nel nostro Paese - ha un impatto molto forte nelle società dei Paesi ricchi, a partire dai bambini. Crisi economica non vuol dire solo aumento degli indicatori di povertà tra i bambini, ma vuol dire anche difficoltà delle famiglie ad accedere ai servizi pagando.

Quale strada occorrerebbe seguire per rilanciare le politiche di settore?

Bisogna fare un passaggio dagli interventi straordinari agli interventi strutturali, ordinari. Finché i servizi educativi per la prima infanzia non sono servizi riconosciuti come corrispondenti a un diritto dei bambini e non si comincia a pensare progressivamente alla loro diffusione secondo livelli essenziali da garantire su tutto il territorio nazionale, siamo in una situazione in cui il diritto all'educazione non è un diritto riconosciuto dal Paese ma è un diritto che risente di scelte territoriali o locali. La parola “straordinario” tradisce la debolezza del provvedimento, che invece deve trasformarsi in ordinario.

Il primo contributo di approfondimento propone alcune riflessioni sui disegni di legge di iniziativa parlamentare in discussione nell'attuale legislatura. Uno di questi è il disegno di legge 1260, “una legge da prendere al volo”, come la definisce il Gruppo nazionale nidi e infanzia, che in occasione della Giornata nazionale dedicata ai servizi per l'infanzia 0/6 del 2 dicembre scorso ha promosso una raccolta di firme per sostenerne la conversione in legge. Quali sono, a suo avviso, i punti di forza di questo disegno di legge?

Partirò, per necessità, dal principale punto di debolezza: il disegno di legge viene discusso e apprezzato più o meno da tutti, ma non c'è un serio impegno del Parlamento e del Governo a trovare la copertura per dargli delle gambe. Gli ultimi articoli prevedono una copertura attraverso un finanziamento pluriennale molto significativo, che finalmente interverrebbe in maniera strutturale sul sistema dei servizi. Questo però è anche il limite contro il quale temo che il disegno di legge si insabbierà. Se questo problema sarà risolto, come auspico, credo che si apriranno delle problematiche attuative significative, perché l'Italia, come già detto, si compone di realtà molto diversificate. L'impatto attuativo del disegno di legge, a mio avviso, necessita di un'azione di supporto, assistenza e in alcuni casi sostituzione, per conseguire l'obiettivo di diffondere i servizi là dove non sono diffusi. Dal documento sulla qualità dei servizi educativi per la prima infanzia elaborato dal Tavolo interregionale e riportato nel rapporto derivano molti punti di chiarezza condivisa su tanti aspetti, che dovrebbero essere presi in considerazione nell'itinerario attuativo di una nuova legge nazionale. Mentre dall'alto c'è un disegno che rischia di non essere approvato perché non si trova la copertura, dal basso c'è una sensibilità che sarebbe in qualche modo pronta per accogliere un provvedimento e sostenerlo sul suo fronte attuativo.

(Barbara Guastella)