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di Luigi Comencini

(Italia, 1987)

Sinossi

    Calabria 1960. Mimì è un ragazzino che preferisce correre invece di andare a scuola o a lavorare nei campi. Ma il padre, uomo povero, guardiano di un manicomio, costretto ad un lavoro così umile perché ignorante

    e inadatto ad altri mestieri, vuole a tutti i costi che il figlio studi , per imparare una professione. Mimì ha invece una passione sviscerata per il podismo, aiutato e incoraggiato dalla madre e da Felice, lo zoppo che guida la corriera del paese e che lo aiuta ad allenarsi.

    Mimì adora Abele Bikiki, etiope che vince le olimpiadi a Roma, e proprio come il suo eroe corre scalzo, di nascosto dal genitore che non ne vuole sapere di questa sua strana passione. Quest’ultimo fa di tutto per impedire al ragazzo di correre: lo picchia sulle gambe, lo rinchiude in una stanza del manicomio, lo manda a lavorare a una cordiera. Ma niente sembra fermarlo. Grazie alla propria caparbietà, egli viene selezionato per i giochi della gioventù che si svolgono a Roma. La vittoria nei giochi, contro ragazzi provenienti da tutta Italia, convincerà anche il padre sulle capacità di Mimì.

    Analisi

    Mimì taglia il traguardo per primo facendo appena in tempo ad alzare un braccio, poi si ferma a riprendere fiato. La mdp corre ad inquadrare gli altri corridori, la madre (appena per qualche secondo), poi il padre e Felice in una posa di appena accennato affetto, ritorna infine sul ragazzo. Subito dopo, i titoli di coda. Il film finisce così. Nella gara precedente, quella che permetterà a Mimì di qualificarsi per la finale di Roma, la cinepresa di Comencini si ferma a 100 metri dal traguardo. Troppo lontana dal centro dell’azione per capire se il ragazzo è riuscito a vincere oppure no. Solo quando Felice esulterà, capiremo che Mimì si è qualificato grazie al terzo posto finale. Anche qualche giorno prima Mimì aveva corso, vincendo, una corsa campestre, ma non aveva potuto ritirare il premio (e festeggiare), perché non iscritto a nessuna società sportiva. Nella prima competizione, il ragazzo invece aveva perso, costretto al ritiro per la troppa fatica e per il sangue di naso. La breve descrizione delle scene delle gare segnala il connotato principale del film: l’assenza di pathos agonistico. Quante pellicole americane in cui si raccontano storie di sport hanno sommerso i nostri (tele)schermi?

    Quante gare finite al fotofinish con inevitabile vittoria del “nostro eroe”? Quanti ralenti utilizzati per protrarre il più possibile nel tempo l’attimo fuggente della vittoria? Quanti “buoni” sentimenti veicolati da questi trionfi (la sconfitta del cattivo, l’affrancamento da qualche costrizione, la salvezza legata al successo)? Quanti tifosi sugli spalti a tifare a favore o contro l’eroe di turno? Quanti esaltanti festeggiamenti nel dopo gara, con abbracci, pianti, lacrime di gioia? In Un ragazzo di Calabria non c’è nulla di tutto ciò. Mimì vince, ma quasi non festeggia, in uno stadio deserto dove ci sono solo pochi genitori. Comencini si fa quasi distrarre da altro, non si sofferma poi troppo sulla vittoria del ragazzo, non usa ralenti, va a cercare, con l’occhio della mdp, le espressioni quasi sorprese degli altri ragazzi o del padre che davanti alla televisione non crede a quanto successo. La novità stilistica rispetto alle regole del genere (la contrazione del pathos, appunto) introduce un altro elemento significativo: Mimì corre per passione e non per una particolare rivendicazione. Non cerca un’ascesa sociale, anche se in cuor suo spera di conquistare la bella e ricca Grisolinda, né vuole sopraffare l’avversario. A lui basta vincere in modo che il padre non gli vieti più di correre.

    La sua corsa (simboleggiata dal togliersi continuo delle scarpe) è invece un ritorno alla natura. Sono gli adulti a vedere nel ragazzo una proiezione dei loro desideri. Felice, lo “sciancato”, uomo solo e escluso dalla comunità per il suo handicap, vede in Mimì le proprie gambe guarite e il coraggio di andarsene via dal paese (coraggio che lui non possiede); il padre di Mimì vede nel ragazzo la possibilità di una crescita intellettuale a lui preclusa, e perciò lo costringe a studiare. La contrapposizione ignoranza-pazzia e cultura-normalità si fa prevalente per tutto il film, tanto che il padre legge nella corsa del figlio un affaticamento della mente e il rischio conseguente di diventare “pazzo” e, per dargli una lezione, lo rinchiude nottetempo nel manicomio dove lavoro. Preciso e delicato nel tratteggiare l’età adolescenziale, Comencini è meno bravo del solito a tratteggiare la realtà sociale degli adulti e i rapporti che intercorrono tra i personaggi: appena accennata e abbastanza scontata è la fede comunista di Felice, così come il carattere bigotto del paese; i genitori di Mimì non hanno capacità introspettive; sono superficiali le macchiette del ragazzo ricco che corre o dello zio mafioso di Mimì; poco più che un’icona, ma senza il carattere sacro che contraddistingue le effigi, è Grisolinda, il cui rapporto amoroso con Mimì è ben introdotto all’inizio del film e poi abbandonato nel corso del racconto. Rimangono la solita grande interpretazione di Gian Maria Volonté e l’inconsueta parte drammatica di Diego Abatantuono, per la prima volta alle prese con un personaggio non caricaturale.

    Marco Dalla Gassa