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regia di Philippe Falardeau

(Canada 2011)

 

È al cinema francese, anzi francofono, che si deve guardare oggi ancor più che in passato per trovare film che sappiano proporre una lettura lucida ma allo stesso tempo sensibile di un universo scolastico che, al di là di eccellenze o carenze nel campo della didattica in questo o quel paese, sembra aver soprattutto smarrito la sua vocazione educativa. Alcuni anni fa era stata la volta del francese La classe di Laurent Cantet (Palma d’oro a Cannes nel 2008) nel quale un insegnante di liceo cercava di trasmettere ai propri studenti non solo dati e nozioni ma anche un po’ di cultura, di pensiero critico, di tolleranza, tentando di infrangere quel muro di indifferenza creatosi tra insegnanti e allievi anche e soprattutto per l’insterilirsi del rapporto tra chi siede al di qua e chi al di là della cattedra. Un rapporto divenuto arido, freddo, asettico anche a causa del confinamento degli insegnanti all’interno di un ruolo divenuto sempre più professionale ma reso sempre meno umano, anche grazie all’attribuzione di una serie di funzioni ad altre figure (psicologi, assistenti sociali) probabilmente più preparate ad affrontare le emergenze ma spesso estranee alla vita quotidiana della classe.

Monsieur Lazhar del regista canadese Philippe Falardeau, parte da una situazione di emergenza, dal venire meno proprio della figura dell’insegnante a causa del gesto definitivo ed eclatante messo in atto da una maestra che sceglie la propria classe come luogo nel quale togliersi la vita. Ritrovata morta da due dei suoi scolari, prima ancora di essere rimpianta in quanto persona, l’insegnante suicida diviene anzitutto una tessera mancante nell’organigramma scolastico, un tassello che va sostituito il più rapidamente possibile. Ovviamente l’evento colpisce tutti, insegnanti, alunni e genitori, e a disposizione della classe viene messa una psicologa che, su richiesta degli interessati, potrà aiutare a superare il trauma e ad elaborare il lutto. Tuttavia, fin da subito appare chiaro come attraverso questa efficienza e apparente sollecitudine vi sia più che altro l’esigenza di rimuovere rapidamente il problema, allo stesso modo in cui la salma della suicida viene portata via dalla classe e le pareti dell’aula ridipinte dai bidelli.

Su tutto prevale non tanto la preoccupazione per gli effetti concreti dell’evento sulla psiche dei bambini ma per le conseguenze sulla didattica e sui rapporti tra famiglie e scuola: è proprio a causa di questo timore che la preside, saltando a piè pari le procedure burocratiche, si affretta ad assumere come supplente Bashir Lazhar (interpretato dall’ottimo Mohamed Fellag), insegnante di mezza età di origini algerine stabilitosi in Canada da alcuni anni che, venuto a conoscenza del suicidio della collega, si è precipitato ad offrire il suo aiuto. Quest’ultimo è un maestro vecchio stampo, attaccato a una didattica basata sulle lezioni frontali, sui dettati dei testi di Balzac e sull’autorità oltre che sull’autorevolezza dell’insegnante, ma è anche colui che, contravvenendo alle indicazioni della preside, riesce a infrangere il muro di indifferenza che si vorrebbe erigere tra insegnanti e allievi su quei temi che esulano dalla semplice didattica ministeriale.

I bambini, dapprima perplessi dall’entrata in scena del bizzarro insegnante e scettici sulla didattica loro proposta, pian piano entrano in sintonia con l’uomo, fino ad aprirsi completamente, alla ricerca di una figura che non sappia soltanto registrare i loro disagi con professionalità ma anche reagire di fronte al loro dolore o alla loro (apparente) indifferenza. È certamente grazie alla carica di umanità di Lazhar ma anche e soprattutto al suo proporsi in quanto adulto – per di più proveniente da un Paese molto lontano e permeato da una cultura e da una concezione dell’insegnamento completamente diversa da quella praticata nella loro scuola – che gli alunni riescono a rivelare ciò che, probabilmente, di fronte a un altro insegnante non sarebbe emerso. Lazhar non fa nulla per piacere ai suoi allievi, si offre al loro giudizio per come è (gentile ma fermo nelle decisioni, sensibile ma mai remissivo), utilizza metodi diversi dal solito, a volte persino in contraddizione con la legge (in un’occasione rifila una sberla a un alunno eccessivamente impertinente subendo la reprimenda della preside), ma offre, allo stesso tempo, la possibilità ai ragazzini di sfogare la propria rabbia, la propria frustrazione, il proprio dolore con una persona che non afferma di comprendere genericamente i loro sentimenti ma che, con fatica, tenta di avvicinarsi ad essi per offrire loro non un superficiale momento di conforto ma anche occasioni di confronto e di scontro nel corso delle quali possano emergere i loro reali pensieri e sentimenti.

Insomma, Lazhar incarna un personaggio anacronistico ma necessario, una figura adulta che tenta di avvicinarsi al mondo dei bambini e comprenderlo non perché lo impongano le circolari ministeriali o perché lo suggeriscano raffinati testi di psicologia ma perché sente di doverlo (e soprattutto volerlo) fare. Lazhar, in effetti, nasconde un segreto: vittima in patria della vendetta di un gruppo di integralisti islamici, ha assistito impotente al rogo della propria casa nel quale sono morti sua moglie – una scrittrice femminista presa di mira per la sua attività dai fanatici religiosi – e i suoi figli. Per questo motivo l’uomo è l’antitesi vivente di quell’idea di benessere psicologico affidata alla rimozione del dolore e alla negazione della sofferenza propugnata dal resto degli adulti del film: nel corso del racconto apprendiamo che Lazhar, contrariamente a quanto ha affermato all’atto della sua assunzione, ha in corso una battaglia legale per vedere riconosciuto il suo diritto di asilo in Canada in quanto perseguitato e che a questo scopo è costretto a ripercorrere davanti a un tribunale le vicende che hanno portato all’annullamento della sua famiglia. È dunque proprio in virtù delle dolorose esperienze vissute che l’insegnante riesce ad avvicinarsi ai ragazzi e a comprendere la loro sofferenza per farsene carico da una posizione umanamente partecipe e non solo professionalmente ineccepibile.

Monsieur Lazhar ha il pregio raro di riuscire a tenere insieme con grazia e semplicità una serie di temi estremamente complessi grazie alla raffigurazione di un universo scolastico in chiaroscuro dove nessuna delle figure incarna totalmente gli aspetti positivi o quelli negativi. Un film dalle diverse anime, è stato definito dalla critica, anche se in realtà la pellicola costituisce un unicum quanto a coerenza e linearità, il cui tema principale è – almeno per una volta – non quello degli adulti capaci di mettersi all’altezza dei bambini, quanto quello degli adulti pronti a essere se stessi fino in fondo, ovvero individui che a partire dalla propria esperienza del mondo possono guardare all’infanzia come a un universo davvero altro, rispetto al quale solo in forza di quell’esperienza (e dunque del proprio essere adulti) ci si può rapportare realmente e, soprattutto, lealmente. Per questo motivo, tra tutti, il film di Falardeau ricorda più da vicino una pellicola diversissima come Essere e avere, il documentario di Nicholas Philibert del 2002, mirabile ritratto di un maestro di una scuola rurale francese in procinto di andare in pensione che traccia davanti alla macchina da presa il bilancio professionale ed esistenziale della propria esperienza di insegnante. A emergere, in quel caso, è una figura di insegnante capace di gestire una multiclasse composta da bambini e ragazzini dai 4 ai 13 anni, pronto a far fronte a qualsiasi evenienza e quindi a sostenere concretamente ma anche psicologicamente alunni e genitori residenti in un territorio isolato ed economicamente arretrato, un vero esempio di integrazione delle funzioni in un’unica figura di riferimento capace di dare un senso ulteriore e una sorprendente profondità a nozioni e concetti elementari grazie alla propria esperienza e al proprio vissuto.

Fabrizio Colamartino

 

 

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