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di Gabriele Salvatores

(Italia, 2003)

Sinossi

1978, Acque Traverse, un paesino di campagna di poche case nel sud Italia. È estate e il caldo torrido spinge gli adulti a restare in casa. Il paese e le colline vicine diventano così “proprietà” di sei bambini del paese che vi possono scorrazzare a piacimento. Sono Antonio, detto “il Teschio”, il capo della banda, Salvatore, Remo, Barbara, Michele e Maria.

Un giorno, dopo una gara di velocità su per una collina coltivata a grano, Michele – nove anni, il più timido della compagnia – rimasto indietro a cercare gli occhiali della sorellina Maria, scopre in un fosso nel terreno ben mimetizzato il corpo di un bambino. Dopo aver creduto in un primo momento che fosse morto e poi che fosse pazzo (a causa delle frasi confuse e incomprensibili pronunciate), Michele inizia a prendersi cura del piccolo prigioniero, andando di nascosto a trovarlo ogni giorno e portandogli del cibo. Poco per volta viene a sapere, un po’ dalle confessioni del ragazzino e un po’ dalla TV, che ha la sua stessa età, si chiama Filippo ed è stato rapito da una banda nella quale sembra avere un ruolo importante anche suo padre. Capo dei malviventi è Sergio, un losco individuo di origini milanesi che si installa per qualche giorno nella casa della famiglia di Michele. Frastornato e confuso, tenuto dagli adulti all’oscuro dei fatti, tradito dall’amico Salvatore e perciò catturato da uno dei rapitori, Michele viene catechizzato dal padre al silenzio. Ben presto però il ragazzo si accorge che Sergio e i suoi complici, braccati dalla polizia, hanno intenzione di eliminare l’ostaggio. Così, nottetempo, Michele raggiunge il nascondiglio dove si trova Filippo e lo libera, rischiando la propria vita.

PRESENTAZIONE critica

INTRODUZIONE AL FILM
Allegoria e concretezza
Il pregio del libro di Nicolò Ammaniti e dell’adattamento di Gabriele Salvatores (fedele allo spirito del testo anche perché lo stesso Ammaniti è tra gli autori della sceneggiatura) è di affrontare in maniera semplice, diretta e suggestiva molti dei topoi della letteratura e del cinema: non solo il passaggio dal periodo dell’infanzia a quello dell’adolescenza, ma anche la scoperta del diverso, il superamento delle paure più inconsce (il buio, la solitudine, la morte), il crollo dei modelli da imitare (in questo caso il padre), la costruzione etica di un pensiero libero e la necessità di ribellarsi alle regole pur di rimanere coerenti con se stessi. Ma Io non ho paura ha un ulteriore pregio: quello di affrontare questi “refrain narrativi” in maniera allegorica e realistica al tempo stesso. L’ambientazione anni Settanta, fatta di Fiat 127 scassate, di numeri de L’intrepido sportivo (con in copertina le foto di Paolo Rossi e Bruno Giordano) dimenticati sui sedili di un’auto, di Buondì Motta a colazione, macchinine dei vigili del fuoco con cui giocare e canzoni di Mina e Patty Pravo da cantare, porta lo spettatore in un tempo ben preciso che non solo incornicia storicamente una pratica – quella dei rapimenti – molto diffusa in quel periodo, ma che permette anche di non perdere il contatto con la materialità e la concretezza delle esperienze dei protagonisti. Eppure Acque Traverse è, insieme, un luogo della mente o, meglio, uno spazio fuori dal tempo, isolato dal mondo e simbolicamente lasciato nelle mani dei bambini. Il paesaggio che circonda il villaggio, con le sue sinuose colline coltivate a grano, il cielo terso, i ragni, le rane, i grilli e le cornacchie (in tutto e per tutto simile al paesaggio de Il vento ci porterà via di Abbas Kiarostami cui la fotografia di Italo Petriccione è certamente debitrice), oltre a esibire uno spirito etnografico che piace molto al mercato internazionale, perché presenta in chiave nostalgica l’idillio pastorale e contadino di un tempo che non è più (non a caso in America e in Europa il film ha ottenuto una capillare distribuzione così come Malena di Giuseppe Tornatore o Respiro di Emanuele Crialese), può essere considerato, in chiave metaforica, lo specchio dell’anima di Michele e il contraltare delle brutture del mondo degli adulti. L’interpretazione è plausibile sia perché la macchina da presa è costantemente posizionata ad altezza di bambino (tanto che sembra accarezzi, nei suoi movimenti, la terra e i campi di grano dove si rifugia il protagonista), sia perché è assolutamente incontaminata, quasi del tutto priva di qualsiasi segno della presenza dell’uomo. Seguendo tale prospettiva, assumono il valore simbolico di snodo narrativo sia le tre trebbiatrici che percorrono i campi di grano poco dopo che Michele ha scoperto che suo padre è coinvolto nel rapimento del bambino, sia i tre elicotteri che solcano il cielo di Acque Traverse e che, con il loro passaggio, non solo avvertono i rapitori che hanno le ore contate, ma sanciscono il “count down” anche per l’infanzia innocente di Michele e dei suoi amici.

IL RUOLO DEL MINORE E LA SUA RAPPRESENTAZIONE
L’extraterrestre, il buio e la vendetta del padre

Salvatores veicola il processo di superamento della paura e delle angosce ataviche di Michele (il buio, la scoperta del diverso, la solitudine, il lato oscuro dell’individuo), attraverso un progressivo cambiamento nella raffigurazione di Filippo. Vediamo come si evolve il suo personaggio nel corso del racconto. Inizialmente, seguendo un sentimento/esca (tipico del film horror) come la curiosità, Michele solleva la lamiera che chiude il fosso al cui interno Filippo è recluso con la convinzione di aprire una finestra su un mondo parallelo a quello reale. I racconti fantasy che il protagonista declama ad alta voce servono ad esorcizzare la paura, relegando l’esperienza nel mondo immateriale della fantasia. Tuttavia, la prima impressione del ragazzo è assolutamente concreta: alla vista del piede immobile di Filippo egli crede che nel fosso ci sia il corpo di un morto. Lo spavento non è tale da immobilizzarlo. Ecco allora Michele sollevare nuovamente la lamiera e rendersi conto che, al contrario, lì sotto qualcuno è vivo. Un fantasma? Uno zombie? Un uomo delle caverne? Dopo lo spavento e la fuga Michele ritorna, il giorno dopo, al casolare: è il desiderio di conoscere l’ignoto a spingerlo nell’incavo buio. Una volta al suo interno, il primo contatto con Filippo è ancora nel segno dell’horror: camminando con le braccia tese in avanti, gli occhi incavati e socchiusi, una coperta che gli copre il corpo e l’andatura claudicante, il giovane rapito sembra davvero un morto vivente. Tuttavia, quando Filippo si spoglia della sua coperta e mostra il proprio corpo minuto, smagrito da settimane passate immobile, ecco avvicendarsi una terza immagine: quella dell’extraterrestre, dell’alieno (il fisico di Mattia Di Pietro, il giovane attore che interpreta Filippo, possiede, tra l’altro, sia i tratti esteriori degli alieni sia quelli dei bambini che compaiono nei film di fantascienza di Steven Spielberg, in modo particolare in E.T. l’extra-terrestre e A.I. Intelligenza artificiale). Dopo aver rappresentato lo spettro della morte e quello dell’ignoto, ora Filippo rappresenta il diverso, lo straniero che si vorrebbe rifiutare (Michele ad un certo punto minaccia il coetaneo di non tornare più e di lasciarlo per sempre da solo), ma che alla fine incuriosisce e intenerisce (il riferimento è E.T.). I tratti somatici dei due confermano le diversità: al contrario di Michele, Filippo è biondo, ha gli occhi chiari ed un accento del nord. Via via che la conoscenza si trasforma in amicizia il bambino sequestrato muta ancora il proprio ruolo metaforico, diventando l’alter-ego del protagonista, l’altra faccia, quella nascosta (proprio come lo è il fosso nel quale è occultato) di ogni persona. I due ragazzi hanno la stessa età, più o meno la stessa corporatura, Michele chiede a Filippo se è il suo gemello che si immagina misteriosamente abbandonato dal padre, Filippo si lascia sfuggire un “Siamo uguali!” molto eloquente. Infine assistiamo all’ultima trasformazione: dopo aver portato letteralmente alla luce la loro relazione di amicizia, Filippo diventa il contraltare affettivo del padre, una sorta di sua alternativa. Michele si trova davanti ad un bivio: ascoltare il padre che gli intima il silenzio e, di fatto, contribuire all’assassinio di Filippo, oppure salvare l’amico rovinando definitivamente il rapporto con il genitore? Michele sceglierà la seconda strada, pagandola a caro prezzo, ovverosia con la vendetta (inconscia ma altrettanto eloquente) di suo padre che gli spara credendolo Filippo.

Marco Dalla Gassa

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