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di Tizza Covi e Rainer Frimmer

Esce finalmente nelle sale (in poche sale) un film da non perdere. Si intitola La pivellina ed è la prima fiction realizzata da due fotografi e documentaristi, l’italiana Tizza Covi e l’austriaco Rainer Frimmer. Ha vinto lo scorso anno il primo premio alla Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro e ha conquistato le platee di diversi festival europei e internazionali, tra cui quello di Cannes dove è stato programmato lo scorso maggio nella sezione Quinzaine des réalizateurs. Narra la storia di una bambina di due anni, di nome Asia, che viene trovata quasi per caso in un giardino pubblico di Roma, nel quartiere San Basilio, da Patti, una donna che vive insieme al marito in una roulotte all’interno di una comunità di circensi. La bimba è su un’altalena, vestita di un’ingombrante tutina rosa, abbandonata dalla madre che ha lasciato un bigliettino nella tasca della figlia promettendo un veloce ritorno. Non sarà così ovviamente. Trascorsa qualche ora in vana attesa, Asia si ritrova ospite della baraccopoli, a scarrozzare in un microcosmo – quello apparentemente desolante e abbandonato dei lavoratori del circo – che diventerà per qualche giorno la sua casa, circondata da uomini, donne e ragazzi che fanno di tutto per rendere lieto e poco traumatico l’abbandono materno. D’altronde Patti non intende affatto “rubare” la bambina e con l’aiuto di Tairo, un adolescente che ama giocare a pallone, inizia le ricerche della madre, non senza qualche difficoltà.

Con il passare del tempo, si comprende però il carattere “pretestuoso” della storia e della stessa piccola protagonista. Pretestuoso nel senso che si fa pretesto e scusa per entrare in un mondo, quello circense, che non si conosce se non attraverso stereotipi o pregiudizi. Asia, detto in termini ancora più chiari, è la proiezione ingenua, infantile, “vergine” dello spettatore che, abbandonati per un istante i depositi di (falsa) conoscenza di cui è portatore, si ritrova in una società per molti versi straordinaria e inattesa. Intanto perché la questione etnica è inesistente e inconsistente (Patti e i suoi amici e parenti non sono Rom né le loro azioni sono determinate da qualche particolare schematismo o imposizione culturale). E poi soprattutto perché tra i cortili di lamiere e le roulotte ci si ritrova in un luogo realmente a misura di uomo e di bambino, dove sono prioritarie le ragioni dell’accoglienza, dell’aiuto reciproco, dell’accettazione dei propri limiti e dei propri bisogni. Si parla di povertà, certo, ma non di degrado, si parla di emarginazioni, “campi nomadi”, ma senza abbrutimenti e conflitti, si parla di genitorialità, di madri e figli, senza eccessivi schematismi o modelli pedagogici da sperimentare, si parla di affidamenti, pur all'interno di un contesto pre-normativo.

Perché, in buona fine, ciò che rende così convincente la storia di tenerezza narrata ne La pivellina è proprio l’assenza di tesi e di schemi ideologici nelle immagini del film. Covi e Frimmer non realizzano un panegirico sulla vita “povera ma bella” delle comunità circensi, non hanno teorie da comprovare, né denunce da esporre nella pubblica piazza. Semplicemente mettono la loro macchina da presa (una cinepresa in 16mm, molto meno ingombrante della 35mm, ma anche molto più delicata e bisognosa di attenzioni e di filtri di una digitale HD) al servizio di personaggi, oggetti, ambienti, situazioni che meritano di essere filmati e descritti nella loro quotidianità, per il semplice fatto che altri non lo hanno ancora fatto. Non è un documentario La pivellina, ma è comunque realizzato con una prossimità realmente sentita e percepibile, frutto di un esserci e di un “depositarsi” nella baraccopoli di San Basilio, da parte di Covi e Frimmer, lungo e complesso e pur sempre rispettoso dei suoi abitanti. Non a caso lo stile scelto non è affannato, vorticoso, pressante, asfissiante ma al contrario attento a restituire tempi, modi di esprimersi, silenzi, rituali e ingenue eccentricità (come i capelli arancioni di Patti) degli attori/personaggi. Forse memori del migliore cinema italiano del dopoguerra, da Germania anno zero di Rossellini a Mamma Roma di Pasolini, i due riescono a non cadere nella trappola del manierismo, del sentimentalismo, di un certo populismo presente in molto cinema che si colloca “dalla parte dei derelitti”. E ciò è ancora più evidente dal modo in cui “trattano” Asia, una bambina che non recita mai, pienamente a suo agio in mezzo alla troupe e ai circensi, di una naturalezza e spontaneità che gli spettatori – pur identificandosi in lei – hanno purtroppo abbandonato da tempo. Un sentirsi sperduti e sorpresi come i bimbi che forse aiuta a sentirsi maggiormente genitori.

Marco Dalla Gassa

 

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