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Il fenomeno dei minori fuori famiglia è una realtà complessa, che in qualche modo testimonia le difficoltà e le fragilità di alcune famiglie. Su questo tema si è concentrata la ricerca Bambine e bambini temporaneamente fuori dalla famiglia di origine. Affidamenti familiari e collocamenti in comunità al 31 dicembre 2010, presentata, nella sua versione integrale, in occasione della Quarta Conferenza nazionale sull'infanzia e sull'adolescenza che si è tenuta a Bari il 27 e 28 marzo scorsi. Una sintesi dei primi risultati era stata illustrata nel novembre del 2012.

L'indagine campionaria - promossa dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, realizzata dall'Istituto degli Innocenti di Firenze e pubblicata nel Quaderno 55 del Centro nazionale curato da Valerio Belotti - traccia un quadro del fenomeno dei minori fuori famiglia da cui emerge un aumento, nell'arco degli ultimi 12 anni, del numero dei bambini e dei ragazzi accolti, dovuto all'incremento del ricorso all'istituto dell'affido. Rimane stabile, invece, il collocamento dei minori nelle comunità.

I dati rivelano che i bambini e i ragazzi fuori dalla famiglia di origine accolti nelle famiglie affidatarie e nelle comunità sono, al 31 dicembre 2010, 29.309. Mentre il numero degli inserimenti in famiglia è aumentato del 52 per cento negli ultimi 12 anni, i collocamenti in comunità sono rimasti nel periodo pressoché pari a quelli registrati nel 1998. Oggi le due forme di accoglienza interessano, a livello nazionale, lo stesso numero di bambini: 14.528 in affidamento e 14.781 in comunità.

Per approfondire i contenuti dell'indagine abbiamo rivolto qualche domanda a Valerio Belotti.

Quali sono le principali evidenze che emergono dalla ricerca?

Negli ultimi anni il numero dei bambini allontanati dalla famiglia, in affido e in comunità, è rimasto stabile, intorno alle 30.000 unità. La seconda evidenza è questa: viene confermato il peso progressivo degli affidi, che sono arrivati ad eguagliare il numero dei minori in comunità. La terza: sebbene siano tanti 30.000 bambini, l'Italia si riconferma ancora come il Paese in Europa dove si allontana meno. Il nostro è un Paese che probabilmente individua in ritardo le situazioni problematiche oppure si può ipotizzare - ma forse è meno probabile - che le relazioni, in Italia, siano migliori rispetto ad altri Paesi europei. Se gli allontanamenti devono essere temporanei per la legge, è pur vero che sono sempre pochi i bambini che hanno la possibilità di tornare nella famiglia di origine. I tempi dell'allontanamento sono sempre molto lunghi e solo un bambino su 3 rientra in famiglia dopo essere stato allontanato. Quindi si allontana meno, ma probabilmente si allontana in situazioni più drammatiche che non permettono poi ai servizi di ricostituire la relazione fiduciaria con le famiglie. Un altro aspetto che è emerso dalla ricerca è il fatto che, quando si individua una situazione problematica, si tende ad allontanare tutti i figli.

Quali sono gli elementi di novità di questo lavoro?

Abbiamo rilevato che ci sono comunità di accoglienza che superano i 10-12 accolti: non ci aspettavamo luoghi di accoglienza con così tanti bambini. Questo dato forse esige una riflessione, una verifica su quali sono i motivi che portano, in alcune situazioni, ad accogliere così tanti minori. La seconda novità che non ci aspettavamo è il numero consistente di bambini accolti che sono interessati da un decreto di adottabilità. Bambini e ragazzi dichiarati adottabili che rimangono sia in affido che in comunità.

Potrebbe indicare, in sintesi, le criticità e gli aspetti di positività messi in luce dalla ricerca?

Per quanto riguarda le criticità tornerò, in parte, su alcuni punti già evidenziati nella risposta alla prima domanda. Probabilmente in Italia c'è un sistema di allontanamento che funziona solo quando le situazioni sono di emergenza e non possono quasi essere più risolte. I margini di soluzione sono risicati. Questo crea problemi nel lavoro dei servizi, nei rapporti tra servizi e genitori e ovviamente anche per i bambini, che vedono allontanarsi sempre di più la possibilità di tornare in famiglia. Il secondo aspetto di criticità riguarda le soglie di accoglienza di alcune comunità, che sono eccessive (10-12 posti), mentre il terzo è rappresentato dal fatto che ci sono bambini con meno di 6 anni accolti nelle comunità educative. Anche questo è un elemento che va compreso. Ci sono poi alcune migliaia di ragazzi neomaggiorenni: non è possibile farli rientrare a casa ed è difficile avviarli ad una vita autonoma perché spesso dopo i 18 anni vengono a cessare gli aiuti destinati ai minorenni.
Le famiglie di origine, infine, non sempre partecipano in modo attivo alla costruzione e alla verifica del progetto di cura del bambino e della famiglia. Occorre quindi rivolgere una maggiore attenzione al coinvolgimento delle famiglie anche in queste dimensioni di controllo, di monitoraggio e di partecipazione alla costruzione del progetto di cura.
Un elemento di positività è il fatto che l'affido è aumentato. Un altro aspetto positivo è che le comunità hanno un grande livello di integrazione nei territori: hanno molti rapporti con le scuole, le parrocchie, le società sportive. Sono gli attori che spesso sostengono anche le famiglie di origine e quasi tutti i bambini inseriti nelle comunità hanno un progetto educativo individualizzato. I progetti educativi individualizzati sono invece meno frequenti negli affidi.

Quali sono le problematiche più frequenti delle famiglie di origine dei minori accolti in comunità e in affido? Quanto è presente la povertà materiale?

Oggi non si allontana più perché le famiglie sono povere. Però vediamo anche che una famiglia di origine su 3 è povera. Non si allontana perché la famiglia è povera ma perché ha una grandissima povertà di tipo relazionale. Bisognerebbe migliorare la definizione dei motivi dell'allontanamento, perché non lascia spazio a interpretazioni. Auspicherei la costituzione di un tavolo di coordinamento nazionale tra ministeri, regioni e associazionismo per cercare di ricondurre a unitarietà le diverse regolamentazioni regionali sull'accoglienza di tipo familiare e comunitario e creare, quindi, delle linee di indirizzo condivise a livello nazionale tra i diversi settori per far sì che l'allontanamento sia sempre funzionale all'interesse del bambino e alla capacità dei servizi di far ritornare il minore nella famiglia di origine.

(Barbara Guastella)