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di Daniele Gaglianone

Daniele Gaglianone è uno dei registi più sensibili dell'attuale panorama cinematografico italiano. Con all'attivo quattro lungometraggi di finzione, diversi cortometraggi e alcuni documentari, è riuscito a costruire un corpus di opere coeso e coerente e a farsi portatore di uno sguardo lucido sulla nostra società e partecipe nei confronti degli ultimi e degli emarginati, di cui spesso racconta le gesta più o meno drammatiche. La maggior parte dei suoi lavori parla di amicizie, di periferie dell'anima o del corpo, di violenze che si accendono improvvise sulla vita dei personaggi. Parla anche e soprattutto di infanzia e adolescenza intesa come stagioni esistenziali in cui la tensione, la vitalità, la voglia di esserci, ma anche di fuggire, raggiunge intensità difficilmente replicabili nel resto della propria vita. Anche il suo ultimo film, Ruggine, in questi giorni nelle sale cinematografiche, segue l'inclinazione e le sensibilità di titoli come I nostri anni (2000), Nemmeno il destino (2004) o Pietro (2010). Siamo alla fine degli anni Settanta, ancora una volta in un quartiere periferico di una grande città del nord. I protagonisti sono tutti bambini, figli di immigrati, liberi di giocare per le strade senza l'assillo dei genitori e abituati a frequentare due silos arrugginiti che hanno soprannominato "Il Castello". I più attivi, tra cui spiccano Carmine, Sandro e Cinzia, appartengono alla "Banda degli Alveari", un gruppo di ragazzini che combatte contro un'altra banda di coetanei per difendere la loro fortezza. Quando però arriva nel quartiere il Dottor Boldrini, il nuovo medico della mutua, tutto cambia. Il medico è un signore distinto, ben vestito, stimato e riverito dagli adulti, tuttavia ha atteggiamenti strani e un fare pericoloso di cui solo i bambini sembrano rendersene conto. Così, quando viene trovata una bambina morta poco lontano e poi una seconda qualche giorno dopo, toccherà giocoforza alla banda degli alveari combattere contro le volontà e le azioni indicibili del "mostro". Il film però non segue una linea degli eventi così lineare come l'abbiamo fin qui riportata. Grazie ad un montaggio alternato che mescola costantemente i piani temporali e i fili narrativi, di Carmine, Sandro e Cinzia ci viene narrata anche una loro giornata da adulti, ognuno con la propria vita e le proprie occupazioni. Come si può evincere dal titolo, che si riferisce alla polvere di metallo che si deposita sulla superficie dei corpi o anche al livore e al risentimento che attecchisce sulla superficie dell'anima, i tre bambini diventati adulti continuano a convivere con le cicatrici di quella tragica avventura che emergeranno, una volta ancora, in maniera inaspettata, nel corso di quella stessa giornata. A differenza di altri film sulla pedofilia, come La bestia nel cuore, La mala education, Festen o Woodsman e più in generale della maggior parte dei film sugli abusi che tendono a concentrarsi sul realismo della rappresentazione (una sorta di promessa di rispetto per quegli eventi), Ruggine è invece una fiaba classica, con un orco che imperversa e un gruppo di ragazzi che cerca di combatterlo. Sono molti gli elementi grotteschi e molto evidenti le parti "ricostruite", inventate, funzionali (ad esempio tutte quelle girate all'interno del Castello, per certi versi un vero e proprio teatro di posa). A differenza però delle favole, e al di là del tono grottesco di certe parti del film, il male che l'orco produce resta fisico, materiale, lascia tracce ed esclude a prescindere il lieto fine. E se esiste una morale, questa è che gli abusi sessuali e la violenza sono eventi incancellabili dall'esperienza e dalla memoria del singolo, sono crudelmente ingiusti perché chi li subisce non ha difese, non rientrano nemmeno nell'orizzonte di pensieri e attese che esso può avere. Ne segnano il destino, decretano la possibilità di raggiungere una pienezza, qualsiasi essa sia,  come dimostrano le tre giornate di Carmine, Cinzia e Sandro da adulti, il loro sentirsi a disagio e osservati, colpevoli e stanchi. Forse per questo motivo l'elemento più interessante del film è come Gaglianone lavora sugli sguardi, su quelli che subiscono e su quelli che lanciano i protagonisti, sia quando sono adulti sia quando sono bambini. Dei primi non si possono dimenticare quelli del Dottor Boldrini, magistralmente interpretato da Filippo Timi, che osserva, ascolta, adocchia i ragazzini del quartiere, e più in generale si fa portatore di uno sguardo spento, inquietante, carico di tensione, introverso, ben rappresentato dalla scena ricorrente in cui l'uomo attende dentro l'abitacolo che le spazzole di un autolavaggio automatico puliscano la sua vettura. Ma significativi sono anche quelli che scovano tutti i tre personaggi adulti (ed in particolare Cinzia impegnata in un collegio scolastico, alle prese con insegnanti insensibili e maschilisti) in una condizione di sofferenza muta che è d'altronde quella che si portano dietro da anni e che macera nei loro ricordi e coscienze, nelle loro insicurezze o disillusioni. Dei secondi spiccano evidentemente quelli dei bambini, pronti a difendere il Castello, sfruttando feritoie e fessure per osservare il nemico (o più spesso gli adulti) senza che questi sappiano (come) ricambiare sguardo, attenzioni e prossimità. Sono sguardi abituati a guardare, a cercare, a capire in fretta, ad adattarsi a tutte le condizioni di luce e buio. Sono sguardi che demarcano un grado di distanza, marginalità e irriducibilità della loro condizione infantile. Sono sguardi capaci persino di prescindere da quelli meno lucidi, spesso fuori fuoco o mobili (di una mobilità che si fa disorientamento) della macchina da presa, che, infatti, mai spiega gli eventi che li coinvolgono ma che, in compenso, si lascia contaminare dalla loro capacità di vivere sospesi, tra passato e futuro, tra male e bene, tra consapevolezza e ingenuità, tra perdita e conquista.

Marco Dalla Gassa  

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