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di Silvie Verheyde

“Caterina va a Parigi”: così è stato ribattezzato Stella, il lungometraggio di Silvie Verheyde – presentato nelle Giornate degli autori alla 65ª Mostra del cinema di Venezia – da alcuni spettatori italiani, memori del film di Paolo Virzì del 2003 Caterina va in città.
A prima vista il parallelo non è poi così peregrino: la storia è quella di una ragazzina ingenua, di estrazione piccolo-borghese che, ammessa a frequentare un prestigioso liceo, deve confrontarsi con l’ambiente altolocato della capitale

cui appartengono i suoi compagni di scuola, trovandosi a dover scegliere tra la necessità di integrarsi e un istintivo rifiuto.

In realtà i due film non potrebbero essere più diversi: Caterina va in città è il ritratto grottesco dell’Italia della Seconda repubblica e la sua giovane protagonista è poco più di uno zimbello, utilizzato per mettere in evidenza i peggiori difetti di una società irrimediabilmente qualunquista; il francese, al contrario, fa dell’eroina eponima il proprio centro gravitazionale, riuscendo a dare un’immagine convincente dell’adolescenza, oltre a un quadro sufficientemente fedele della società francese nella seconda metà degli anni Settanta.
A venire in aiuto della Verheyde potrebbe essere, dunque, la prospettiva storica dalla quale sono osservate le vicende, la capacità di guardare freddamente al passato, da una posizione distaccata, politicamente ed emotivamente poco coinvolta.

Se questo è vero per ciò che riguarda lo sfondo sociale e culturale che, anche in questo caso, è sottoposto a un vaglio severo, lo è certamente meno per quanto riguarda le vicende e il personaggio di Stella che, per ammissione della stessa regista, beneficia di una fortissima componente autobiografica. Anche la Verheyde è figlia di quella banlieue parigina dalla quale proviene Stella, di un proletariato assolutamente marginale rispetto al centro del potere – soprattutto culturale – costituito da coloro che risiedono negli arrondissement centrali della capitale francese. Ma, come raramente accade al cinema, l’esigenza di trasporre le proprie memorie d’infanzia in un film si coniuga felicemente con la capacità di resistere alla tentazione della nostalgia, ma anche con la capacità di raccontare un’altra versione di quella delicatissima fase di passaggio dall’infanzia alla maturità che si chiama preadolescenza.

Stella di cognome fa Vlaminck (a ulteriore conferma dell’origine autobiografica le sue iniziali sono le stesse della regista), l’ultimo nel registro di classe, a segnare ulteriormente la sua lontananza dal resto della scolaresca, perché nel film, proprio come nella realtà, in Francia la scuola è una cosa seria, un luogo nel quale può effettivamente decidersi il destino sociale di un individuo e a Stella, per quanto ultima, viene data una chance.
Per la ragazzina, tuttavia, non si tratta tanto di decidere del proprio futuro, quanto del proprio presente: difficile per lei puntare verso obiettivi lontani quando deve dividere le sue giornate tra la sua scuola per figli di papà alla quale è iscritta e il bar di periferia gestito dai genitori, frequentato da alcolizzati, poco di buono e prostitute. Questo luogo losco, che respingerebbe ogni avventore di buon senso, rappresenta per la ragazzina un ventre caldo e accogliente dove all’affetto dei familiari si aggiunge quello di tutti gli habitué che la coccolano alla stregua di una nipotina.
Una realtà troppo distante dai quartieri alti che è costretta a frequentare durante il giorno, un mondo che la respinge per molti motivi: Stella non ha l’abbigliamento giusto (i suoi riferimenti estetici sono di provenienza esclusivamente televisiva), non legge i libri giusti (anzi, non legge affatto), non ascolta la musica giusta (le sue hit sono quelle del juke-box del bar). Ma non si tratta solo di questo: Stella (ed è questo che la distingue ulteriormente dalla Caterina del film di Virzì) tiene alla propria identità, è orgogliosa del milieu dal quale proviene e resiste strenuamente a una conversione che per lei ha il sapore del tradimento.

Divisa tra rivendicazione della propria identità e bisogno di inserirsi, Stella troverà in Gladys, figlia di uno psicanalista argentino rifugiatosi in Francia in seguito a un colpo di stato militare, l’esempio di chi ha raggiunto il giusto equilibrio tra anticonformismo e integrazione.
La nuova amichetta la aiuterà in un percorso, faticoso ma gratificante, di alfabetizzazione alla vita sociale, a una dimensione realmente consona alle esigenze di una ragazzina, finalmente fuori dalla “corte dei miracoli” del bar di famiglia. Il progressivo allontanamento dal milieu d’origine servirà a Stella per metabolizzare anche la crisi coniugale in cui piombano i suoi genitori, in un gioco complementare e inverso di maturazione e crescita della figlia e di incapacità del padre e della madre nell’offrire non soltanto il loro affetto ma anche risposte a domande su un universo troppo distante dalla triste quotidianità in cui vivono.
Tra incubi (il tentativo di abuso da parte di un cliente del bar apparentemente inoffensivo) e sogni adolescenziali (l’innamoramento per un ragazzo conosciuto a una festa in stile “tempo delle mele”) il film scorre leggero, riuscendo allo stesso tempo a distillare momenti nei quali emerge in tutta la sua complessità la sfida del crescere.

Proprio in virtù di questa sua capacità Stella è stato accostato a I quattrocento colpi di François Truffaut, con il quale condivide diversi elementi, soprattutto sul piano tematico: si pensi al peso per i protagonisti delle difficoltà coniugali dei genitori, all’amicizia con Gladys, simile a quella tra Antoine e Renée, al difficile rapporto con gli insegnanti e con l’ambiente scolastico in genere. Ma l’elemento che avvicina Stella a I quattrocento colpi è soprattutto la sincerità di fondo con cui sono descritte le situazioni e i personaggi, anche e soprattutto grazie al rapporto di profonda identificazione ed empatia instauratosi tra Leora Barbara, ottima interprete di Stella, e la regista, un rapporto molto simile a quello, destinato a durare per oltre vent’anni e per più di cinque film, fra Truffaut e Jean-Pierre Léaud, l’interprete di Antoine Doinel.
Visto il buon risultato di questa prima collaborazione non possiamo che augurare a entrambe un sodalizio altrettanto lungo e proficuo.

Fabrizio Colamartino

 

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