Ricerca per parola chiave

Nel 2015 oltre 20 milioni di bambini, nel mondo, avevano un peso alla nascita basso (meno di 2,5 kg); di questi, i nati in Asia meridionale e in Africa Subsahariana erano quasi 3/4, ma il fenomeno riguardava anche i Paesi ad alto reddito in Europa, Nord America e Oceania. È quanto emerge dallo studio Low Birthweight Estimates 2019, realizzato dai ricercatori dell’Unicef e dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).
Le stime del rapporto, pubblicato sulla rivista medica internazionale The Lancet Global Health, evidenziano che la percentuale di nascite sottopeso è diminuita leggermente a livello globale, passando dal 17,5% del 2000 (22,9 milioni di nati vivi sotto i 2,5 kg) al 14,6% del 2015 (20,5 milioni).
Secondo lo studio, con i tassi di progresso registrati negli ultimi 15 anni – ovvero una diminuzione del fenomeno pari a -1,2% annuo – non si raggiungerà il traguardo prefissato a livello globale (tasso di riduzione annua del -2,7% tra il 2012 e il 2025).
«I bambini con basso peso alla nascita che sopravvivono – si legge nella presentazione - hanno un rischio maggiore di soffrire di ritardi nella crescita e di avere problemi di salute, incluse disfunzioni croniche come diabete e malattie cardiovascolari».
Le regioni che compiono i progressi maggiori sono quelle con il numero più alto di neonati sottopeso: in Asia meridionale e Africa Subsahariana si riscontra un declino annuale della percentuale di nascite sottopeso rispettivamente dell’1,4% e dell’1,1%.
I Paesi ad alto reddito, invece, «registrano i progressi più lenti, con un tasso di riduzione media dello 0,01% annuo, nonostante un’incidenza del fenomeno del 7%, non molto inferiore rispetto a quella dei Paesi in via di sviluppo».
In alcuni Paesi industrializzati c’è una tendenza al peggioramento: le nascite sottopeso stanno infatti aumentando nella Repubblica Ceca (+2% annuo), Irlanda (+1,3%), Portogallo (+1,2%) e Spagna (+1,1%). Il Regno Unito ha registrato dal 2000 a oggi una diminuzione annua dello 0,3%, mentre in Italia la diminuzione è stata di appena lo 0,1% in 15 anni (dal 7,1% del 2000 al 7% del 2015).
«Questi dati evidenziano l’urgenza di maggiori investimenti e interventi per accelerare i progressi, attraverso la conoscenza del fenomeno e affrontandone i fattori chiave: l’età troppo avanzata della madre, le gravidanze multiple, le complicazioni ostetriche, le condizioni croniche durante la maternità (ad es. ipertensione), le infezioni (come la malaria), lo stato nutrizionale delle donne e l'esposizione a fattori ambientali quali l'inquinamento dell’ambiente domestico e uso di alcol, tabacco e droghe».